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‘ECONOMIA’ Category

08 Aprile 2022 – Redazione – di Maurizio Belpietro – La Verità

La scelta non è affatto tra pace e aria condizionata: il premier ci deve dire se le nostre aziende possono continuare a produrre senza il gas russo e coi costi dell’energia alle stelle. Ieri la Colussi ha chiuso e questi parlano di fare qualche doccia in meno. Ma per favore! Stretta sui gradi negli uffici pubblici: provano a farci credere che fermeranno i missili così.

Anche a grandi personaggi capita di dire qualche stupidaggine. A Mario Draghiaccadde lo scorso anno, quando ufficializzando l’introduzione del green pass disse che il certificato verde sarebbe stata la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose e che non contagiano. Come gli italiani hanno scoperto sulla loro pelle, si trattava di una colossale sciocchezza. Il passaporto green non è un documento che possa dimostrare di essere negativi al Covid, ma al massimo di essersi sottoposti a vaccinazione o a un tampone nelle ultime 48 ore. Punto. È noto a tutti quello che è successo a Massimo Galli, il virologo prêt-à-porter ospite di tutte le trasmissioni tv. Durante una cena con altri sette trivaccinati, tutti provvisti dunque di green pass rafforzato, pur essendo convinto di essere tra persone «che non sono contagiose e non si contagiano», l’esperto si è beccato il Covid e come lui tutti gli altri ospiti.

Vi state domandando perché parli di green pass e corbellerie presidenziali? Perché l’altro ieri a Mario Draghi ne è scappata un’altra. Durante una conferenza stampa, a proposito di sanzioni, il presidente del Consiglio ha detto: «L’embargo del gas non è ancora sul tavolo, ma dobbiamo indebolire la Russia e farla smettere. Preferiamo la pace o il termosifone acceso, o meglio, l’aria condizionata accesa tutta l’estate? Questo secondo me ci dobbiamo chiedere». Ho il massimo rispetto per il premier e non voglio in alcun modo sembrare offensivo. Tuttavia, non posso fare a meno di dire che la domanda posta ai giornalisti è stupida. Qui non si traa di scegliere tra pace e aria condizionata, tra termosifoni accesi e guerra. Si deve decidere se la nostra economia è in grado di sopportare una drastica riduzione dei consumi energetici, se cioè le nostre aziende possono continuare a produrre anche se mancano il gas e la luce o se sono in grado di reggere un ulteriore aumento delle bollette. Questo è il quesito a cui il presidente del Consiglio avrebbe dovuto rispondere, ma è anche la domanda che i colleghi giornalisti gli avrebbero dovuto rivolgere in risposta alla sua, pretendendo però che Draghi chiarisse quale impatto potrebbero avere sul Pil del nostro Paese le sanzioni.

Il presidente di Confindustria ha parlato di una perdita di oltre 40 miliardi di Pil già come primo effetto della guerra. Altro che condizionatori spenti: anche sudando si perderanno soldi e l’idea di abbassare i termosifoni negli uffici pubblici pare un pannicello caldo che difficilmente riuscirà a rinfocolare la ripresa. Il governo ha annunciato un disegno di legge per fissare a 19 gradi il riscaldamento e a 27 il raffrescamento. Premesso che la norma non varrà per gli ospedali, le case di riposo e le cliniche – ma immaginiamo anche per i centri in cui sono conservati server che potrebbero andare in blocco per il surriscaldamento – la misura sembra una presa in giro, perché ammette una tolleranza di due gradi in più o in meno, cioè 21 gradi d’inverno e 25 d’estate. E davvero Draghi pensa che questo basterà a sconfiggere Putin, finanziandolo meno? Davvero il presidente del Consiglio, che è uomo d’esperienza avendo diretto il ministero del Tesoro e governato Banca d’Italia e Bce, crede che alla fine i conti torneranno e avremo chiuso il rubinetto con cui ogni giorno noi – ma anche l’Ucraina – alimentiamo la macchina da guerra del Cremlino? Illudersi che basti qualche grado in meno per fermare l’armata russa è come credere che sia sufficiente una doccia in meno (la geniale idea è della commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, la quale ha suggerito di chiudere l’acqua dicendo: “Prendi questo, Putin!”). Sì, se non ci fossero di mezzo città rase al suolo e cadaveri al ciglio della strada, se cioè non fossimo davanti a una tragedia, ci sarebbe da ridere per la pochezza e la inconcludenza della classe politica, che impone l’embargo di caviale e vodka, ma rinvia quello del carbone ad agosto, quando ci si augura una tregua, se non la fine del conflitto russo-ucraino.

La realtà è più complessa di quella che ci viene rappresentata e non fermeremo le bombe abbassando il riscaldamento, così come non servirà a niente levarsi la giacca e andare in ufficio con la T-shirt, come suggerisce Draghi. Mentre si spengono i condizionatori e si rinuncia alla doccia, le aziende chiudono perché non sono in grado di sopportare l’aumento dei costi. Il primo caso è di ieri. A Petrignano d’Assisi, la Colussi, una delle più importanti imprese alimentari dell’Umbria, ha sospeso la produzione e messo tutti i lavoratori in cassa integrazione. Colpa del caro energia e dell’aumento di prezzo delle materie prime. Che faranno i dipendenti? Lotteranno per riaprire la loro azienda o dichiareranno una lotta dura alla frescura e ai condizionatori? Io suggerirei loro una lotta dura alle fregnacce.

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06 Aprile 2022 – Redazione – di  ( Star Magazine)

Ceo delle Big Pharma guadagnano ormai quanto quelli di JPMorgan o Goldman Sachs. Ecco le rivelazioni del Financial Times sugli stipendi dei numeri uno di Moderna, Pfizer e Biontech

Nel biennio 2020-2021, secondo i calcoli del Financial Times, le retribuzioni dei tre Ceo delle tre case farmaceutiche – Moderna, Pfizer e Biontech – hanno superato i 100 milioni di dollari anche grazie ai loro innovativi vaccini realizzati con la tecnologia mRna che hanno aumentato i ricavi delle società.

IL PREZZO DELLE AZIONI

La rivoluzione della tecnologia mRna ha portato le biotech a trasformarsi e questo ha fatto sì che i prezzi delle azioni aumentassero in maniera consistente.

Nel caso di Pfizer, riferisce il Ft, è aumentato del 60% negli ultimi 24 mesi, mentre il valore delle azioni di BioNTech e Moderna è rispettivamente triplicato e quintuplicato.

PRIMO POSTO PER BOURLA (PFIZER)

Albert Bourla, promosso da direttore operativo ad amministratore delegato di Pfizer nel gennaio 2019, ha visto quasi raddoppiare i suoi compensi.

Infatti, se nel biennio 2018-2019 aveva incassato 27,7 milioni di dollari, nel 2020-2021 ha ricevuto 45,3 milioni.

SAHIN, CEO DI BIONTECH E PARTNER DI PFIZER

Non è andata male nemmeno a Ugur Sahin, amministratore delegato di BioNTech, partner tedesco di Pfizer nello sviluppo di uno dei più somministrati vaccini anti Covid.

Il Ceo di BioNTech, che ha fornito la tecnologia utilizzata da Pfizer, nel 2020-2021 ha guadagnato 30,8 milioni di dollari rispetto agli 8,5 milioni del 2018-2019.

La loro partnership, afferma il Ft basandosi sui dati di Airfinity, l’anno scorso ha prodotto 37,5 miliardi di dollari di entrate.

IN CONTROTENDENZA BANCEL DI MODERNA MA…

In calo rispetto al biennio precedente è la remunerazione del Ceo di Moderna, Stéphane Bancel, che è passata dai 67,5 milioni di dollari del 2018-2019 ai 31,1 milioni del 2020-2021.

C’è però un ‘ma’, come scrive il Ft, il guadagno record di 67,5 milioni di dollari era dovuto a una plusvalenza una tantum in seguito all’IPO di Moderna nel 2018 che gli aveva fruttato 58,6 milioni di guadagni in stock option.

Moderna, stando ai dati di Airfinity, nel 2021 con il suo vaccino ha incassato 17 miliardi di dollari.

Inoltre, il quotidiano finanziario osserva che Bancel e Sahin “sono diventati miliardari, grazie alle loro quote del 7,8% e del 17,1% ciascuno nella propria azienda, che vengono rispettivamente valutate circa 5,4 e 7,8 miliardi di dollari”.

IL TOTALONE

Dunque, la somma dei guadagni nel 2020-2021 dei Ceo di Moderna, Pfizer e BioNTech è di 107,2 milioni di dollari contro i 103,7 milioni del biennio precedente.

A CHI NON SONO PIACIUTE LE BUSTE PAGA

Alcuni esperti di retribuzione interpellati dal Ft hanno notato che i guadagni nel settore biofarmaceutico sono sempre più vicini a quelli dei Ceo delle maggiori banche di Wall Street come JPMorgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Bank of America.

A indignarsi per i “re dei vaccini” non sono state solamente le associazioni di attivisti ma anche la senatrice democratica Elizabeth Warren, la quale ha invitato la SEC a prendere in considerazione riforme normative “che impediscano pratiche abusive” che hanno permesso ai Ceo di generare “profitti a cascata”.

I PROFITTI A CASCATA

Bancel, infatti, secondo quando riferito dal Ft ha potuto incassare così tanto grazie alla vendita di 404 milioni di dollari di azioni da gennaio 2020 e anche Bourla ha venduto 5,6 milioni di dollari di azioni il giorno in cui Pfizer e BioNTech hanno dichiarato che il loro vaccino era efficace al 90%.

Sahin, invece, non ha fatto alcuna vendita significativa di azioni.

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06 Aprile 2022 – Redazione – di Giulia Burgazzi

Confindustria certifica il disastro economico e il macello: il 16% delle imprese ha chiuso o ha ridotto la produzione; un altro 30% è incamminato in quella direzione e la politica non sta aiutando le aziende. E’ la sostanza dell’intervento effettuato dal presidente Carlo Bonomi in un convegno svoltosi lunedì 4 a Torino. E  questa è la prima notizia.

La seconda notizia è la logica e conseguente esplicitazione: Confindustria non è per nulla contenta delle scelte operate dal Governo dei sedicenti migliori e non ha remore a farlo sapere. E dire che soltanto sette mesi fa l’assemblea di Confindustria accoglieva Draghi con una standing ovation…

Dunque Draghi ha perso l’appoggio degli industriali. Non ha certo conquistato quello della gente comune, che è alle prese con rincari folli e prospettive di razionamenti in uno scenario bellico. C’è da domandarsi quale sia il puntello che impedisce al GovernoDraghi  di cadere, quale sia il motivo del trattamento benevolo offerto dai grandi organi d’informazione. Ormai gonfia le sue vele solo il vento dell’ultra atlantismo e del sempre più diretto coinvolgimento dell’Italia nella guerra fra Russia ed Ucraina. E’ questo che da noi si vuole?

Carlo Bonomi afferma che la distruzione del tessuto produttivo italiano è dovuta al fatto che finora le filiere produttive hanno assorbito al loro interno i rincari di materie prime ed energia, ma che ormai è impossibile reggere ancora. Testualmente:

Produrre è diventato antieconomico

L’aria di smobilitazione produttiva è confermata da due elementi. Il primo sono le affermazioni di Guido Salerno Aletta, editorialista ed ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi. Ha scritto su Facebook

La mia sensazione è che molti industriali italiani non vedano l’ora di chiudere bottega. Molte Aziende tirano avanti a stento, da anni [… e ora] hanno la scusa buona per mollare tutto. […] Non si può competere senza domanda interna sostenuta

Di “domanda interna sostenuta” non se ne vede proprio l’ombra, ora che a due anni di restrizione Covid si sono aggiunte le sanzioni alla Russia. Con la prospettiva, oltretutto, che l’Italia non paghi il gas in rubli e che la Russia chiuda conseguentemente il rubinetto. A quel punto come faremo? La risposta è il secondo degli elementi che conferma l’aria di smobilitazione produttiva.

CLICCA SUL LINK PER VEDERE E ASCOLTARE ⤵️
https://twitter.com/fuoridalcorotv/status/1511430205130350593?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1511430205130350593%7Ctwgr%5E%7Ctwcon%5Es1_c10&ref_url=https%3A%2F%2Fvisionetv.it%2F%3Fp%3D72342

Distruggere la domanda interna significa spararci sui piedi(ma si potrebbe  indicare come bersaglio anche un’altra parte del corpo umano) per fare un piacere agli USA e sanzionare la Russia. Ma ce lo chiedono i mercati, ha detto Tarabella. E’ il nuovo “Ce lo chiede l’Europa”.

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05 Aprile 2022 – Redazione

Il visionario uomo più ricco del mondo, con la necessità di diversificare il suo portafoglio, dal suo profilo chiede: volete l'”edit button”?

Elon Musk diventa il maggiore azionista di Twitter. Il patron di Tesla ha acquisito una quota del 9,2% della società che cinguetta. Una partecipazione pari a 73,5 milioni di azioni dal valore di 2,9 miliardi di dollari, e con la quale apre un nuovo capitolo con il social media creato da Jack Dorsey. Proprio nel passo indietro di Dorsey dalla guida di Twitter potrebbero affondare le radici della decisione di investimento di Musk, l’uomo più ricco del mondo con la pressante necessità di diversificare il suo portafoglio.

Secondo indiscrezioni, il cambio della guardia nella società che cinguetta avrebbe agitato il patron di Tesla preoccupato da un possibile aumento della censura sulla piattaforma. Il tema della libertà di espressione è caro a Musk, che di recente non ha risparmiato critiche alla piattaforma social davanti i suoi 80 milioni di follower.

“Dato che di fatto Twitter è una piazza pubblica, il fatto di non aderire ai principi fondamentali della libertà di espressione mette a rischio la democrazia”, ha twittato Musk nelle ultime settimane avviando un sondaggio fra i suoi follower, al quale ha chiesto di dichiarare se, a loro avviso, Twitter rispetta o meno i principi della libertà di parola.

“Le conseguenze di questo sondaggio saranno importanti. Per favore votate con attenzione”, ha aggiunto in una sorta di avvertimento che ora sembra acquistare senso. Sulla carta la quota del miliardario visionario in Twitter è “passiva”, come sono ritenute agli occhi di Wall Street tutte quelle sotto il 10%. Ma, fanno notare gli analisti, cosa possa celarsi dietro l’operazione non è ancora chiaro. Né Musk né Twitter hanno commentato.

Elon Musk lancia sondaggio per tasto modifica su Twitter – A poche ore dall’essere diventato maggiore azionista di Twitter, Elon Musk dal suo profilo lancia un sondaggio informale sulla piattaforma: volete il tasto modifica? L”edit button” così detto è da tempo richiesto da molti utenti e presente su altri social come Facebook e Instagram, ed è la possibilita’ di modificare un post già scritto. Nel sondaggio lanciato da Musk vincono i sì con il 74%.

31 Marzo 2022 – Redazione – Fonte: SOLE24 ORE

FUORI SERVIZIO TUTTI I SITI E I SERVIZI TELEMATICI DI ENTRATE, RISCOSSIONE, DOGANE E FINANZE. NON RAGGIUNGIBILE ANCHE L’INDIRIZZO TELEMATICO DELLA RAGIONERIA.

Fisco in tilt ma non solo. Si blocca anche il portale per il rilascio del green pass. Oscurati tutti i siti dell’amministrazione finanziaria. I portali con cui cittadini, imprese e professionisti interagiscono con il fisco italiano sono fuori servizio dalle prime ore del pomeriggio di mercoledì 30 marzo.

A bucare la rete sarebbe stato un corto circuito in Sogei. Il partner tecnologico dell’amministrazione finanziaria con un tweet (e poi con un comunicato) ha fatto sapere di «non essere sottoposta ad alcun attacco cyber e che i servizi sono momentaneamente non disponibili per problemi tecnici». Una spiegazione con cui Sogei allontana lo spettro di un malware, anche alla luce dei momenti di tensione in corso sul fronte della cybersecurity. Ma intanto sono diventati inaccessibili tutti i servizi gestiti dal partner tecnologico, compresa la piattaforma che consente di scaricare il green pass.

Problema ai circuiti elettrici

A creare il ptroblema sarebbe stato un malfunzionamento dei circuiti elettrici che ha coinvolto i dispositivi che assicurano la connettività verso l’esterno dei servizi e dei portali gestiti da Sogei.

Le Entrate: non interessati i dati sensibili

L’agenzia delle Entrate con un tweet ha precisato subito che il blackout subito da Sogei e che ha oscurato i siti dell’amministrazione finanziaria «non ha in alcun modo interessato la sicurezza di dati sensibili».

L’Agenzia così come gli utenti non possono che attendere la soluzione del partner tecnologico Sogei.

Il nodo delle scadenze

Il blocco sembra avvantaggiare i debitori che sperano in un prolungamento del corto circuito che possa ritardare l’invio delle cartelle. Non si può dire lo stesso, invece, dei professionisti alle prese con gli adempimenti e le scadenze, in alcuni casi anche delicate come la presentazione di ricorsi o appelli (anche se poi la giustizia tributaria riconosce i periodi di blocco per rimettere nei termini).

Bloccato anche il sito della Ragioneria

Bloccato anche il sito della Ragioneria generale dello Stato: anche questo uno snodo particolarmente delicato se si pensa al lavoro in corso dei tecnici sul Def e sulla delega fiscale.

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[Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, tra cui le fondatrici Marzia MC Chiocchi di Mercurius5.it e Monica Tomasello di CataniaCreAttiva.it, supportati da un team di professionisti (insegnanti, economisti, medici, avvocati, ecc.) formatosi con l’unico intento di collaborare per la difesa della libertà di espressione (art. 21 della Costituzione Italiana e art. 11 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea) e per la ricerca e condivisione della verità sui principali argomenti e fatti di rilevanza sia locale che globale]

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La guerra in Ucraina e l’aumento dei costi di energia e materie prime stanno mettendo in crisi l’economia, ma dal Medio Campidano arriva la proposta per un rilancio che parta dalle terre dell’Isola. “Abbiamo sempre investito nel grano duro in Sardegna, ora ci sono settemila ettari coltivati e l’obiettivo è arrivare nel 2030 a 25/30mila ettari”, annuncia l’imprenditore di Sanluri Alberto Cellino, titolare del pastificio di famiglia. Il progetto è ambizioso ma quella è la strada presa da anni e, considerati gli scenari internazionali, adesso acquista nuovi significati. “Abbiamo sempre investito nel grano duro in Sardegna, già dal 1960 con mio padre Ercole e poi dagli anni Novanta a oggi da quando ci sono io – ricorda l’ex vicepresidente del Cagliari calcio, ai tempi del fratello Massimo -. Da 5/6 anni abbiamo costituito la filiera ‘Ercole punto zero‘ che ci ha portato ad avere contratto con 540 produttori di grano regionale, ma vogliamo crescere”.

Alberto Cellino  Alberto Cellino

L’obiettivo è quello di estendere questo sistema che ha permesso di creare una rete locale e copre tutti i passaggi della produzione che parte dalla terra e arriva alla tavola. “Speriamo che gli agricoltori aumentino le semine perché noi selezioniamo i semi, abbiamo il sementificio e controlliamo tutta la filiera del grano duro in Sardegna – spiega Alberto Cellino -. Seguiamo tutti i passaggi, a partire dalla selezione genetica del grano prodotto dagli agricoltori, la trasformazione avviene nel nostro mulino che produce semola e farina che vengono poi trasformate nel pastificio, nel biscottificio e nel panificio”. I prodotti della ‘Fratelli Cellino’ raggiungono poi gli scaffali della grande distribuzione in tutta l’Isola. Ora si tratta di guardare al futuro e incrementare la produzione locale in modo da ridurre al massimo la dipendenza dall’estero. “Importiamo grano duro da tutto il mondo – rivela Cellino -, principalmente dal Canada ma anche da Francia, Spagna, Grecia, Kazakistane Russia. Non dall’Ucraina, però, che produce solo grano tenero, mais e orzo”. Sul fronte interno ci sono ampi margini di crescita, con la possibilità di estendere in modo sensibile le coltivazioni in Sardegna. “Abbiamo 540 agricoltori che seminano per noi e coprono una superficie di circa settemila ettari e producono circa 300mila quintali di grano – spiega l’imprenditore di Sanluri -, il nostro fabbisogno è di un milione e 800mila quintali. Per questo la nostra speranza è di arrivare al 2030 a produrre nell’Isola tra 800mila e un milione di quintali, che vuol dire arrivare a 25/30mila ettari di coltivazioni”.

Per raggiungere questi risultati è necessario estendere la coltivazione di grano in Sardegna e coinvolgere nel progetto centinaia di altri agricoltori. “Per chi ha piacere di venire, le porte sono aperte e abbiamo diversi agricoltori che si stanno aggiungendo alla nostra organizzazione – chiarisce – ma tutti dovranno attenersi alle rigide regole del nostro capitolato di qualità che deve essere rispettato dai semi al protocollo di coltivazione: il grano deve essere sempre uguale e costante per dodici mesi all’anno”. Le coltivazioni sono legate alle evoluzioni del meteo e ci possono essere periodi di siccità seguiti da altri troppo piovosi. “La Sardegna è una terra con climi particolari e stiamo studiando tecniche per l’irrigazione a basso consumo – conclude Alberto Cellino -impianti a goccia di tipo israeliano, che ci permetteranno di abbattere del 70% gli sprechi legati all’irrigazione a pioggia”. Gli agricoltori che aderiscono al progetto sono distribuiti lungo il Campidano, dalla zona di Cabras a quella di Sestu, ma nelle pianure dell’Isola ci sono tantissime aree incolte che potrebbero essere sfruttate per da dare nuova vita al grano sardo e minore dipendenza dalle questioni internazionali.