13 Marzo 2023 – Redazione – dal sito eventidimenticati.it

 

Cosa si nasconde dietro al cibo, quali significati simbolici, valoriali, culturali e sociali si celano dietro all’alimentazione? Che importanza riveste l’opulenza in un banchetto ed intorno alle devianze alimentari?

Alle origini

Il cibo è una funzione/segno a tutti gli effetti: ricopre di certo una funzione primaria, il nutrimento, ma, appagata l’esigenza fisiologica, si struttura subito in segno (vale a dire, rifacendoci a Saussure, quella complessa realtà a due facce costituita dalla relazione tra significante e significato). Come funzione, ancora, il cibo acquista senso dal momento che si presuppone sempre una società in cui viene usato. La Bibbia si apre con un atto alimentare. Dietro questo primigenio gesto dell’umanità possono già essere rintracciate alcune delle sfere simboliche che più spesso vengono associate al cibo: la sessualità/sensualità, legata a doppio filo all’ambiguità del ruolo della donna(dispensatrice di cibo, ma ingannevole) che, peraltro, ne sarà segnata per millenni; la tentazione della gola (uno dei sette peccati capitali), vale a dire il cibo concepito come forma di trasgressione che, in quanto tale, va regolamentato e irreggimentato; infine (con uno slittamento, gravido di conseguenze, dal materiale al simbolico), un alimento come emblema di conoscenza, passaggio di stato, assimilazione o partecipazione a una nuova condizione esistenziale.

L’uomo è un mangiatore simbolico e sociale, non unicamente biologico. Il cibo diventa di conseguenza uno strumento di comunicazione non dissimile dal linguaggio. Il consumo del cibo e la sua preparazione riflettono profonde differenze culturali. In antichità classica i consumi alimentari marcano identità: la polenta di farro è il cibo italico, quella d’orzo è pasto greco. I greci, che intorno al cibo costruiscono un sofisticato sistema di costituzione identitaria che li separa da usanze barbare, si autodefiniscono “mangiatori di pane”: anche nell’Iliade e nell’Odissea questa terminologia è utilizzata come sinonimo di “uomini”, additando gli altri popoli come cannibali o mangiatori di carne cruda, allontanandoli ideologicamente da sé stessi, in quanto descritti come mangiatori di carne cotta e perché avevano ricevuto in dono dagli dei i cereali, miele, olivo, vite e vino. Attraverso il cibo l’altro viene squalificato a livello animale. Così come per il pane, anche la birra e il vino, cibi non naturali, ma ottenuti attraverso un processo, acquisiscono un evidente valore simbolico. L’atto di cucinare del cibo, del cucinare una pietanza, è possibile grazie alla sua cottura, ovvero grazie all’utilizzo di un fuoco. La conquista del fuoco, non a caso, è considerata l’incipit della società umana, la scoperta che distingue natura e cultura. Per gli antichi greci il fuoco era una prerogativa divina, di cui Prometeo si impossessò rubandolo al dio Efesto.

Grandi banchetti

Il cibo diventa altresì indice di discrimine sociale nel momento in cui qualcuno ne chiede e ottiene più di altri, una prerogativa insita dell’evoluzione. L’avvento della cottura incrementa il pregiudizio in favore dei lauti pasti: provoca l’effetto di rendere più piacevoli i pasti, una tentazione per la gola. Un appetito gigantesco è non a caso considerato una prerogativa delle classi sociali agiate in quasi tutte le società. Nell’antichità le leggendarie imprese a tavola non sono dissimili da quelle in battaglia. Un consumo eccessivo di cibo non solo ricopre un valore sociale ma risulta anche utile perché l’eccedenza si riversa su chi è povero: le briciole cadute da tavole abbondanti sono sempre state considerate sinonimo di generosità. Fino all’Occidente medievale l’ingordigia dei pranzi “baronali” era necessaria per rafforzare i rapporti devozionali nei confronti del signore: nel 1466, al banchetto che festeggia l’instaurazione dell’arcivescovo di York, si contano 870 ettolitri di frumento,  300 botti di birra e 1000 di vino, 104 bovini, 6 tori selvatici, 1000 pecore, 304 vitelli, 304 suini, 400 cigni, 2000 oche, 1000 capponi, 2000 maialini a latte, 400 pivieri, 100 dozzine di quaglie, , 200 dozzine di femmine di piovanello, 104 pavoni, 4000 tra germani e alzavole, 204 gru, 204 capretti, 2000 polli, 4000 piccioni, 4000 gamberi di fiume, 204 tarabusi, 400 aironi, 200 fagiani, 5000 pernici, 400 beccacce, 100 chiurli, 1000 egrette, più di 500 cervi, 4000 pasticci di cacciagione, 2000 creme calde, 608 tra lucci e abramidi, 12 tra focene e foche  e una quantità infinita di spezie, dolci, cialde e torte. Una tavola imbandita resta segno di prestigio sociale in Occidente fino agli inizi del XX secolo, mentre il pasto principale (quella che veniva chiamata colazione e che noi oggi chiameremmo pranzo) viene slittato ad ora sempre più tarda: alla fine del ‘700 gli uomini di provincia inglese pranzano alle 16, a segnalare il loro privilegio, differentemente agli appartenenti della classe povera, che devono svegliarsi presto per andare a lavorare, di non avere vincoli orari).

Tre sono i modi per coniugare gli ideali di austerità ed eccesso: selezionando cibi scelti, bizzarri o rari, in grado di nobilitare anche piccole porzioni di pietanza, preparare in maniera elaborata modeste quantità, adottare un’etichetta su come si mangia, che va a sostituire il quanto si mangia. Il moderno Galateo overo de’ costumi, di Giovanni Della Casa, pubblicato nel 1558, sintetizza l’etichetta di una classe sociale agiata a metà del secolo XVI, sottolineando il momento del pasto come occasione di corroboramento sociale.

Devianze alimentari

Ricoprendo il cibo un valore culturale e sociale ne consegue che la devianza alimentare non assume meramente una dimensione medica, ma che può essere ricondotta a una difficoltà di relazione con il complesso sociale di appartenenza. Se nell’antichità le devianze e le crisi di qualunque tipo potevano essere controllate e assorbite da specifici rituali, se nelle civiltà etnologiche i meccanismi di mediazione e le forme di controllo assurgevano a ricoprire una funzione simbolica e istituzionale, diversa è la condizione delle società odierne occidentali, opulente, multietniche e cosmopolite, prive di un rituale che coinvolga l’intera comunità e in cui la “patologia” rimane appannaggio del singolo.

Attualmente l’estetica non prevede la contemplazione del grasso, anche se nell’immaginario occidentale fino al secolo XIX le forme tondeggianti erano considerate un canone di bellezza generalmente apprezzato: grasso voleva dire ricco. Si pensi alle “Veneri steatopigiche” del Paleolitico, ai modelli greci, ellenistici e romani, alla donna seminuda che allatta nella Tempesta di Giorgione, alla Maya nuda di Goya, all’Eva dell’Adamo ed Eva di Klimt. Tuttavia, differentemente dal Giappone, dove è presente il tempio-stadio del Sumo, arrivato dalla Mongolia tramite la Corea, in cui il sumôtori non vive una semplice esperienza atletica, ma anche religiosa, poiché alla fine di ogni incontro offre alla divinità una carta consacrata, l’Occidente non ha mai conosciuto un luogo circoscritto, sacro e riconosciuto, in cui il grasso ricoprisse un ruolo di eccellenza.

Da un punto di vista medico i sintomi bulimici sono stati descritti a partire dal secolo XIX. Tuttavia la prima descrizione di un comportamento bulimico risale al secolo III a.C, nell’Inno a Demetra di Callimaco, in cui la malattia che colpisce il protagonista Erisìttone lo spinge a cibarsi senza controllo. Nell’universo culturale greco Erisìttone aveva abbattuto gli alberi sacri alla dea Demetra per farne mense su cui banchettare con gli amici. In altre parole il mito mostra, tramite la legge del contrappasso, le conseguenze che portano ad un livello sub-umano, la una violazione di un codice comportamentale. La trasgressione si traduce in un disordine devastante che provoca la distruzione della famiglia del protagonista, che simboleggia l’intera comunità umana. Di anoressia già si discuteva tra i secoli XVII e XVIII, ancora nel XIX secolo era circondata da un alone di misticismo: se la bulimia evoca il sub-umano, l’anoressia evoca il super-umano. Si pensi a Caterina da Siena e ad altre sante anoressiche medievali, che tramite il digiuno cosciente ambivano a superare il limite del corpo per ascendere al mondo divino. Il Giappone accanto ai sumôtoriconosce i miira, mistici ascetici che rinunciano a nutrirsi fino a raggiungere un processo di mummificazione che li farà chiamare i “santi dal corpo incorrotto”. L’Occidente non conosce un Budda pasciuto, ma un Cristo emaciato che nei primi secoli dell’impero romano supera la concezione del corpo come tempio atletico e concepisce la figura maschile come ostacolo al conseguimento dell’unione con il divino e la figura femminile come “materia” che trattiene l’uomo nel mondo. È una visione perdurante anche nel Medioevo, dove la donna viene spesso additata come strumento del demonio. Ciò spiega perché le estreme forme di ascesi alimentare abbiano coinvolto soprattutto le donne, che tramite questa pratica si riscattavano, abiurando il limite carnale e superando il diffuso disagio sociale che ruotava attorno alle loro forme. Quando il cibo viene rifiutato si mette in discussione l’intera struttura sociale, culturale e comunitaria che lo ha prodotto e che da esso viene a sua volta influenzato: da qui la nascita di appositi meccanismi volti a controllare la devianza che, se non sufficienti, vengono sostituiti dall’espulsione del “deviato”. Oggi che la bulimia e l’anoressia sono state adottate integralmente dalla scienza medica e sono state catalogate come malattie, vanno ad esprimere un disagio sociale e culturale e si rivelano tentativi per palesare l’incomodo esistenziale sempre più diffuso nella società contemporanea: il cambiamento delle scelte alimentari e le devianze alimentari, ovvero la rottura di una norma rituale, comporta un rifiuto di significati simbolici. Dietro al cibo, insomma, si nasconde molto di più di quello che può sembrare…dopotutto dietro ad un italianissimo piatto di pasta al pomodoro non si cela forse il desiderio di conoscenza proprio dell’uomo, quello che spinse Colombo fino al Nuovo Continente come un moderno Ulisse fino alle Colonne d’Ercole?

Fonti:

Dante Alighieri, Inferno

Carrara Lorena, Intorno alla tavola. Cibo da leggere, cibo da mangiare, Codice edizioni, Torino, 2014

(a cura di) Flandrin Jean-Louis, Montanari Massimo, Storia dell’alimentazione, Editori Laterza, Bari, 1997

Fernández-Armesto Felipe, Storia del cibo, Bruno-Mondadori, Milano, 2010

L’ora nel pranzo della storia, conferenza di Alessandro Barbero, link: https://www.youtube.com/watch?v=xxv426ym9LU

Scarpi Paolo, Il senso del cibo, Sellerio editore Palermo, 2005

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