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21 Marzo 2022 – Redazione

Giulio Tremonti: «La modifica del titolo V della Costituzione è stata votata dal centrosinistra. Tutta la macchina politica che c’è stata raccontata non sta in piedi».

VEDETE E ASCOLTATE TUTTO IL PASSAGGIO DELL’INTERVISTA IN QUESTI TRE MINUTI E MEZZO ⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️

https://www.la7.it/in-onda/video/la-polemica-di-giulio-tremonti-contro-concita-de-gregorio-signora-siamo-seri-si-studi-la-19-03-2022-429784

04 Febbraio 2022 – Redazione

L’Avvocatura Distrettuale di Stato, con un parere dell’Avvocatessa Lydia Fiandaca della sede di Bari, chiarisce che le note ministeriali che prevedono un obbligo generalizzato al vaccino da parte di tutti gli operatori scolastici sono incompatibili con i principi della Costituzione.

L’associazione professionale sindacale “DIRIGENTI SCUOLA” esprime soddisfazione a riguardo di questa chiara presa di posizione da parte dell’Avvocatura dello Stato e chiede il ritiro dei “pareri” e dei “suggerimenti” del Capo Dipartimento del Ministero dell’Istruzione Stefano Versari. 

“In data 24 gennaio 2022 l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Bari ha trasmesso al Ministero dell’istruzione, all’Ufficio scolastico regionale della Puglia e all’Ambito territoriale di Bari il richiesto parere sull’obbligo vaccinale del personale scolastico in malattia, ricevendo come risposta di attenersi alla lettera della legge (nel caso di specie il decreto-legge 172/2021), che richiede la vaccinazione all’atto in cui il soggetto presta o deve poter prestare servizio, con la “conseguente frequentazione dei locali scolastici da parte dello stesso”.

È evidente – precisa l’Avvocatura – che, sussistendo uno stato di malattia, non può considerarsi un soggetto assente ingiustificato. E, d’altra parte, “non sarebbe nemmeno esigibile, in capo a un soggetto temporaneamente impossibilitato, un comportamento attivo (recarsi in uno dei siti per la somministrazione del vaccino) volto all’assolvimento del suddetto obbligo”.

Pertanto suggerisce di procedere all’invito alla regolarizzazione solo al rientro in servizio del personale in malattia o, in alternativa, a inviare il suddetto invito con l’avviso che il termine per la regolarizzazione e/o la produzione dell’attestazione documentale comprovante l’assolvimento dell’obbligo vaccinale decorrerà dal giorno del rientro in servizio dopo il periodo di malattia.

È da sperare che il parere reso dall’Avvocatura, al di là del caso specifico, induca l’Amministrazione a maggior cautela prima di lanciarsi – anche in modo irrituale, addirittura con improvvisate conferenze di servizio on line nell’ultimo giorno – in personalissime interpretazioni ultra legem, così come era avvenuto con la risalente nota 1237/2021 sull’equivalenza della dichiarazione di assenza ingiustificata nei primi quattro giorni e della sospensione dal servizio e da ogni emolumento a decorrere dal quinto giorno, sempre per mancata esibizione del Certificato verde: invece tenute distinte dal legislatore, fino a quando la successiva normazione primaria le ha poi equiparate sotto l’aspetto retributivo.

È una cautela dovuta, poiché Il risultato di questi pareri o meri punti di vista, imprecisati e approssimativi, lungi dal facilitare l’azione dei dirigenti scolastici, è quello di incrementare la confusione e indurre un loro ulteriore stress, che è già oltre i limiti di guardia.

Possono infatti decidere di seguire i pareri di un Capodipartimento – nei cui confronti, è bene precisarlo, non sussiste alcun vincolo gerarchico, che pure e per opposti versi fornirebbe loro una copertura – ancorché gravidi di incertezze e di contraddizioni. Ma saranno ben consapevoli delle diffide e delle denunce cui si espongono.

Oppure vorranno agire secondo la legge, “pronti ad assumere rischi e decisioni”, compreso l’avvio di procedimenti disciplinari attivati da solerti funzionari territoriali per non essersi eseguito il Vangelo proveniente da Viale Trastevere!

“L’Avvocatura dello Stato – commenta il Presidente Fratta – non ha fatto altro che  confermare quello che DIRIGENTISCUOLA ha sostenuto da sempre. Siamo stati costretti, purtroppo, anche a contestare duramente l’Amministrazione, arrivando persino a chiedere il ritiro dei “pareri” e dei “suggerimenti” del Capo Dipartimento Versari e un incontro ad hoc con il Ministro per chiarire una situazione diventata ingestibile. Non è possibile che i dirigenti scolastici, che stanno portando avanti la scuola con spirito di servizio in condizioni di disagio inimmaginabile, si trovino costretti a dover scegliere tra il dover applicare la legge, e, quindi, operare in maniera contraria rispetto ai “pareri ministeriali” rischiando di essere sottoposti a provvedimenti disciplinari, e applicare le note ministeriali contra legem rischiando denunce da parte del personale…come già ci ha insegnato il caso Marche!”,

FONTI: ⤵️

https://www.dirigentiscuola.org/sullobbligo-vaccinale-del-personale-scolastico-in-malattia-una-pronuncia-dellavvocatura-distrettuale-dello-stato-di-bari/

https://www.eventiavversinews.it/wp-content/uploads/2022/03/parere-Avvocatura-dello-Stato-di-Bari-Avv.-Lydia-Fiandaca.pdf

18 Febbraio 2022 – Redazione

SENTENZA EPOCALE!!! Il Giudice del tribunale penale di Pisa ha stabilito che lo stato di emergenza, già durante il Governo Conte, era illegittimo e non poteva comunque essere rinnovato. E, in ogni caso, tutti i  provvedimenti emessi per la gestione dell’emergenza COVID-19 sono illegittimi! Tutte le restrizioni devono essere tolte con la fine dell’emergenza!!! Sospesi e compressi i diritti fondamentali dell’uomo (artt. 13, 16, 17, 19, 34, 36, 41), il “nucleo duro” della Costituzione, che  non sono revisionabili nemmeno con la Revisione della Costituzione!! I padri costituenti non accolsero la proposta di introdurre…!!

GUARDATE IL VIDEO PER APPROFONDIRE ⤵️

http://avvocatiliberi.legal/una-sentenza-da-manuali-commento-alla-sentenza-del-tribunale-penale-di-pisa-del-17-2-2022-a-cura-dellavv-giovanni-calapaj/

14 febbraio 2022 – Redazione Co.Te.L.I.

(di Giuseppe Leonelli – Fonte: LaPressa)

Anestetizzati da un San Valentino di plastica e spettatori passivi di tetri scenari di guerra in Ucraina, gli italiani si ritrovano da martedì prossimo con una nuova stretta sul fronte delle restrizioni imposte dalla follia del Green Pass. Dal 15 febbraio per gli over 50 sarà obbligatorio esibire il super certificato verde per poter lavorare. In pratica o si è vaccinati o non si lavora.

Una norma che valeva già per forze dell’ordine, insegnanti e medici ma che ora viene estesa su base anagrafica e non professionale. E la svolta arriva mentre a livello nazionale arrivano contrastanti segnali di segno opposto sul fronte sanitario. Mentre si gettano mascherine in alto in plastiche foto-ricordo, mentre si riducono le quarantene a poco più che week end lunghi e con afflati libertari si concedono balli sfrenati in discoteca a volto scoperto, il Governo vieta il lavoro a tutti coloro che hanno compiuto più di 50 anni e non hanno voluto aderire a una campagna vaccinale, per la quale – ricordiamo – bisogna comunque firmare il proprio consenso.

L’obbligo di inoculazione per quella fascia di età è vero è già scattato, ma il mancato adempimento è sanabile in modo relativamente facile, con una multa di 100 euro. L’obbligo di certificato verde rafforzato per lavorare che scatta ora, invece cambia completamente le cose.
L’Articolo 1 della Costituzione da martedì per un 50enne non vale più. Va detto chiaramente. Non vi sono compromessi, non bastano i tamponi ogni due giorni. No, per chi non si è vaccinato il lavoro è precluso e con esso la realizzazione personale, la dignità, parte dell’identità e la possibilità di mantenersi economicamente.

Per un 50enne non vaccinato l’Italia non è più ‘una Repubblica democratica, fondata sul lavoro’. Il lavoro non rappresenta più le fondamenta del vivere civile, ma è stato sostituito da una malposta priorità sanitaria.
Malposta perchè – come si è detto fino allo sfinimento – il Green pass non crea luoghi di lavoro sicuri e il vaccino, pur riducendo i casi gravi di infezione, non incide in modo determinante sui contagi. Malposta soprattutto perchè tale norme draconiana viene introdotta proprio mentre la curva pandemica è in netto calo e l’emergenza, come spiegato dagli esperti, si sta affievolendo.

In un Paese che appena 80 anni fa è uscito dall’orrore dell’oppressione e che per riconquistare la libertà ha pagato un enorme sacrificio in termini di vite umane, accade questo. Accade mentre il sole risplende come sempre, le auto sfrecciano sulle strade e fuori dalle chiese ci si ritrova per gli scambi di auguri domenicali. Accade e tutti se ne fregano, come fosse normale.

Gli under 50 pensano che non è un problema loro, i vaccinati si sentono al sicuro e gli over 50 guariti pensano di averla scampata. E’ tutto normale, va tutto bene. Di principio, sì, non è giusto, questo è vero… ‘Ma, suvvia coi principi non si mangia… bisogna essere concreti’. Già, e sull’altare di questo pragmatismo si scava ancora un po’ più a fondo nella buca dove tutti ci siamo infilati.
(Giuseppe Leonelli)

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[Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, tra cui le fondatrici Marzia MC Chiocchi di Mercurius5.it e Monica Tomasello di CataniaCreAttiva.it, supportati da un team di professionisti (insegnanti, economisti, medici, avvocati, ecc.) formatosi con l’unico intento di collaborare per la difesa della libertà di espressione (art. 21 della Costituzione Italiana e art. 11 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea) e per la ricerca e condivisione della verità sui principali argomenti e fatti di rilevanza sia locale che globale]

3 Novembre 2021 – di Marzia MC Chiocchi

MA QUANTO È GRANDE LA TORTA CHE DOVRANNO DIVIDERSI TUTTI QUESTI SERVI DEL POTERE A CUI, SICURAMENTE, SARANNO STATE FATTE UN SACCO DI PROMESSE?! NON POSSO IMMAGINARE CHE, POLITICI, MEDICI E PROFESSIONISTI DI LIVELLO, ABBIANO CREDUTO AI MANIPOLATORI DEL MONDO! LORO CHE, MESSAGGERI DELL’IMPERO DEL MALE E DEL BUIO, NON SANNO COSA SIA LEALTÀ, RISPETTO E AMORE PER IL PROSSIMO.

VOGLIO PER QUESTO RICORDARE, L’ULTIMA FRASE DEL MONOLOGO FINALE DEL FILM “L’AVVOCATO DEL DIAVOLO” INTERPRETATA DA AL PACINO (SATANA NEL FILM) ALL’AVVOCATO KEVIN (KEANU REEVES) PAROLE CHE RACCHIUDONO IL SENSO DELLA NOSTRA EPOCA:

Io sto qui col naso ben ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi, ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare, a me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato, e sai perchè? Perchè io non l’ho mai rifiutato nonostante la sua maledetta imperfezione, IO SONO UN FANATICO DELL’UOMO!!! Sono un umanista, probabilmente l’ultimo degli umanisti. Chi sano di mente Kevin potrebbe mai negare che il XX° sec. è stato interamente mio? Tutto quanto Kevin, ogni cosa, tutto mio! Sono all’apice Kevin, è il mio tempo questo… Il nostro tempo!

SVEGLIATEVI QUINDI, E FATE RISORGERE LA MENTE, IL CUORE E L’ANIMA! È COSÌ BELLO GODERE DELLA LUCE

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FONTE: L’Antidiplomatico

Secondo alcuni, tra cui il leghista Giorgetti, Draghi dovrebbe ricoprire contemporaneamente la carica di Presidente del Consiglio e di Presidente della Repubblica. Un novello imperatore insomma. O un dittatore, a seconda dei punti di vista.«La Costituzione dice altro? Amen».

Non stupisce che sia proprio un giornalista, ex direttore di una delle maggiori testate mainstream “La Repubblica”,a sostenere un concetto così sfacciatamente, diciamolo fuori dai denti, eversivo. D’altronde da anni il ruolo della stampa è quello di fare da megafono alla narrazione dominante, criminalizzare il dissenso, impedire la capacità di analisi e critica dei cittadini. 
Il punto, però, e’ un altro. Verdelli, Dichiara apertamente che i diritti sanciti dalla Costituzione, allo stato attuale, non contano più, e ciò che è più grave…non se ne fa cruccio! La Costituzione parla di lavoro, occupazione, dignità, libertà e democrazia a 360 gradi, ma la realtà dei fatti è altra!

La Costituzione parla di sovranità popolare, non di vincolo esterno. La Costituzione afferma che gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà ed uguaglianza tra i cittadini debbano essere rimossi dallo Stato, non da quest’ultimo creati.
La Costituzione afferma che l’accesso alle cure deve essere garantito a tutti, non che tutti i diritti da essa sanciti debbano essere sottomessi a un inesistente principio sanitario di massima precauzione. La Costituzione afferma che i cittadini hanno diritto di manifestare, non di subire un foglio di via per essersi seduti da soli in segno di protesta in una piazza. La Costituzione afferma che la libertà di pensiero è garantita in tutte le sue forme, non che le idee non in linea con la narrazione dominante vadano perseguitate e censurate. La Costituzione prevede lo stato di emergenza, solo in caso di guerre, non lo stato di emergenza permanente, cioè lo stato di eccezione. La Costituzione ci garantisce tanti diritti, alcuni dei quali fondamentali. Ma la classe politica italiana la disapplica scientemente. Prima con la ricerca fraudolenta del vincolo esterno (SME, UE ed Eurozona), poi col ritorno del vincolo interno. Ovvero, a quel lasciapassare governativo senza il quale non si ha più accesso ai diritti costituzionalmente garantiti. Come accadeva nel 1938. Con la complicità della stampa, degli intellettuali, dei sindacati e di quelli che sarebbero dovuti essere i massimi garanti della Costituzione: il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale.

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[Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, tra cui le fondatrici Marzia  Chiocchi di Mercurius5.it e Monica Tomasello di CataniaCreAttiva.it, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale]

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Obbligo vaccinale non in linea con la Costituzione. Massimo Cacciari si esprime così dopo la conferenza nella quale il premier Mario Draghi ha fatto riferimento all’obbligo di vaccinazione, all’estensione del Green Pass in Italia e alla terza dose di vaccino. “Il mio discorso non è contro i vaccini”.

L’obbligo vaccinale è contro la Costituzione

I vaccini non possono essere obbligatori, e mi meraviglio che la Corte Costituzionale non sia intervenuta, perché, su questo argomento, l’interpretazione della Costituzione è inequivocabile“. “Credo che ci debba essere la scelta di ciascuno di noi – ha proseguito Cacciari – che valuta sulla base del rapporto costi/benefici, un principio che la Corte Costituzionale ha sempre adottato. L’obbligo può avvenire sempre laddove ci sia l’assoluta certezza che non ci sia nessun rischio. Non può essere da nessuna parte sottoscritto, si vedano le posizioni delle stesse industrie farmaceutiche”. E intervenendo al Festival di Filosofia di Modena sulla Libertà, Cacciari, torna a gridare che il re è nudo.

Vorrei dai giuristi: è o non è in contraddizione col regolamento Ue 2021/953, che vietava ogni discriminazione, l’istituzione del Green Pass, nei termini in cui e’ diventato legge in Italia? – scrive Cacciari. E ai nostri illustri costituzionalisti vorrei chiedere: “non sembra loro che la possibilità di obbligare a trattamenti sanitari dipenda dal pieno ‘rispetto della persona umana’? “Non pensano che conditio sine qua non, è che costui venga correttamente informato? Risulta loro di essere stati precisamente informati su andamento dell’epidemia, vaccino, vaccini, loro possibili conseguenze…? E da chi avrebbero potuto? Dai bugiardini di Big Pharma in continua evoluzione? Navigando in rete tra diecimila notizie in contrasto? E’ un peccato discuterne, è anti-scientifico! Democrazia è critica, informazione, domandare e ascoltare chi è competente. Domando e non ascolto: vero o falso che in Israele, dove il tasso di vaccinazione è stato tra i più alti, il 60% dei nuovi ospedalizzati (quasi il 90% ultrassessantenne) ha avuto il vaccino, e che dati analoghi o quasi sembrano emergere un po’ dappertutto? Perchè non si hanno dati altrettanto trasparenti da noi? Tuttavia alcuni ci sono, e altrettanto preoccupanti: nell’agosto di quest’anno, rispetto a quello 2020, sono aumentati contagi, ricoverati, terapie intensive e decessi, malgrado la campagna di vaccinazione abbia già superato il 60% (quorum ego, tra parentesi). Quanti di costoro sono stati vaccinati? Vi è differenza tra un vaccino e l’altro? Quale l’età? Quali patologie pregresse? Domande oziose? E il rispetto per la persona allora?’

FONTE: La Pekoranera e La Pressa (quotidiano di approfondimento politico e economico)

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Parafrasando Martin Luther KingMatteo Bassetti, il 21 luglio su Rete 4 – rileva Paolo Battaglia La Terra Borgese– l’infettivologo del policlinico San Martino di Genova, esprime che la libertà di non vaccinarsi finisce dove inizia per gli altri il rischio di ammalarsi. Ancora: rivolgendosi al senatore Gianluigi Paragone, il medico gli suggerisce: “Lei studi e poi può parlare, è l’ultimo da cui posso imparare qualcosa”. Di contro, Gianluigi Paragone: “Vedo le sue foto, è pronto per fare l’Isola dei Famosi“. E ancora, Bassetti spiega agli italiani (in modo chiaro e comprensibile?): “Chi è contro il vaccino è contro lo Stato perché il vaccino è uno strumento contro le chiusure.

Allora: la frase di Martin Luther King è una frase ad effetto defraudata di ogni profondità concreta e raziocinativa: in che modo si può capire dove finisce la libertà dell’altro? dove comincia la mia? Ecco che il confine di riferimento è in un punto del cerchio, e pertanto non può risolversi. Dunque più che da parafrasi quella dell’infettivologo suona come parodia, soprattutto se l’aforisma è preso in prestito per argomenti di importanza sociale così rilevanti. Sociale, si badi bene, e sempre si tenga doverosamente a mente che anche la scienza e la medicina sono – come devono essere – al servizio della società, del prossimo e di noi stessi. 

La scienza medica, in cui io stesso ho tanta speranza e fiducia da sempre – continua Paolo Battaglia La Terra Borgese – non può divenire dogmatica come talune religioni, perché la ricerca umana non ha mai fine, punti di arrivo. Altrimenti staremmo qui negli ospedali e cliniche private del terzo millennio a praticare ancora il parto cesareo come prassi, l’asportazione delle tonsille ad ogni occasione, la lobotomia generalizzata, l’elettroshock, la mutilazione dell’appendicite o a prescrivere alcolici agli ammalati per farli digerire, solo per fare qualche esempio.

Non dimentichiamo che la Costituzione tutela prima l’individuo e poi la specie umana. La storia insegna che in nome della specie l’uomo può commettere ogni atrocità e sciocchezza. E in questo periodo di pandemia le incertezze e i paradossi sono stati tantissimi. 

Oltretutto, la disposizione della regola alla vita pratica palesa i suoi limiti, nessuno può sottrarsi dal fare comunque un danno al prossimo, come ad esempio accade quando si conquista un posto di lavoro ai – per così dire – danni di un altro che, non potendo sostenere la propria famiglia, commette l’ultimo gesto, inconsulto, risolvendo col suicidio. Dunque è auspicabile una maggiore umiltà e la libertà di scelta.

Rivolgendosi al senatore Gianluigi Paragone, il medico gli suggerisce: “Lei studi e poi può parlare, è l’ultimo da cui posso imparare qualcosa”. Sicché il medico farebbe tacere chiunque non abbia titoli di studio? Trovo che tali consigli possano essere notatamente antidemocratici, in particolar modo se proferiti da chi poi – ora ci arriviamo – parla di nemici dello stato (italiano [ndr]) che, vedi caso, è dotato di una Costituzione che in ambito politico – in nome della democrazia – garantisce libertà di candidatura. Ma forse il medico cercava abilmente una deminutio capitis mediatica da far pesare al suo interlocutore. Chi sa?

E contro Bassetti il Senatore Gianluigi Paragone: “Vedo le sue foto, è pronto per fare l’Isola dei Famosi“: beh, non si capisce: dobbiamo intendere che il senatore possiede anch’egli l’arma della deminutio capitis mediatica? e questa volta pure nei confronti di ogni partecipante passato, presente e futuro all’Isola dei Famosi e della trasmissione stessa? 

Chi è contro il vaccino è contro lo Stato perché il vaccino è uno strumento contro le chiusure. […]”. Pur volendo apprezzare l’eccletticità dell’uomo medico Bassetti che si presta alla politica, con spirito critico c’è da chiedergli: e perché? Se per entrare al bar ci vorrà un requisito attestato in un pass da esibire per accedervi, va da sé che chi ne è sprovvisto non passa! Dunque? dove sta il problema? vuol dire che tra stare al bar e stare non vaccinato quel chi ha scelto la seconda. Tutto qua. O deve diventare obbligatorio pure andare al bar?  Rileggo: “Chi è contro il vaccino è contro lo Stato perché il vaccino è uno strumento contro le chiusure. […]”: sì, la frase, lì per lì, colpisce così tanto da sfuggire a un’analisi razionale, quell’analisi razionale che salva dall’errore di ritenere la frase ciò che non è: vera, giusta e perfetta, positiva e logica.

Quindi può notarsi l’errore di generalizzazione: come fa il medico a sentenziare che il vaccino è uno strumento contro le chiusure? O, forse, siamo davanti alla arrogante volontà di patrocinare ad ogni costo le proprie parole dette, spesso base del successo dei falsi saggi.

Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione(Co.Te.L.In.), di cui fa parte anche Catania CreAttiva, e che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, fra cui Mercurius5 ed “Il Re è Nudo” , supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale].

FONTE: avv. Giovanni Bonomo-Milano 12.07.2021

Istruzioni alla cittadinanza contro il ricatto vaccinale della presunta “prevenzione” dell’infezione SARS-CoV-2

L’avv. Bonomo ha redatto la serie di risposte alle domande che un qualsiasi pubblico ufficiale (tenuto prima a identificarsi) che ci inviti ad una qualsiasi “vaccinazione Covid” potrebbe rivolgerci.
Si tratta di risposte tratte da un dialogo avvenuto presso lo hub vaccinale di Bolzano (da cui anche il video su YouTube “Se i vaccini non prevengono l’infezione, i medici rischiano il reato di falso ideologico?”) e replicabile per qualsiasi situazione di legittima difesa in cui il cittadino dovesse trovarsi in qualsiasi parte del territorio nazionale.

-Noi cittadini di sana e robusta Costituzione (art.
13, 16, 32, 41) non vogliamo andare di male (curabile) in peggio (geneticamente irreversibile) facendo da cavie ad una terapia genica sperimentale già dimostratasi fallimentare sia come cura che come prevenzione.
Ricordo a tutti che il D.L. 1 aprile 2021 n. 44 convertito in legge 28. 5.2021 n. 76 sulle misure urgenti per il contenimento dell’epidemia e in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, prevede “l’obbligo a sottoporsi a vaccinazione gratuita per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2”.
Prevedere un obbligo di sottoporsi a vaccinazione per prevenire la malattia Covid-19 è illegale!Nessuno può essere obbligato a prendere un farmaco per evitare una malattia. Anche le comunicazioni contenenti la convocazione a sottoporsi alla vaccinazione, notificate dalle amministrazioni delle ASL agli esercenti le professioni sanitarie, contengono l’erroneo riferimento al fatto che il vaccino prevenga l’infezione e devono quindi considerarsi illegittime e impugnabili.

Ci risulta che Lei non si sia ancora sottoposto a nessun delle “vaccinazioni COVID “ obbligatorie. Come mai, per quale motivo?

Per più motivi. Anzitutto non si tratta di alcuna “vaccinazione” ma di terapie geniche sperimentali, così come è dichiarato sulla stessa scheda tecnica del farmaco, dove c’è scritto chiaramente OGM (Organismi Geneticamente Modificati) ed mRNA, cioè terapie geniche. Se Lei insistesse a chiamarlo “vaccino” potrebbe incorrere nel reato di falso ideologico ex art. 479 cod. pen. e nel reato di false dichiarazioni ex art. 374 cod. pen. con l’aggravante che le Sue dichiarazioni vengono rese da un pubblico ufficiale. Glielo dico subito per qualsiasi verbalizzazione che Lei volesse o dovesse fare.

Un altro motivo e’ che non c’è alcun obbligo, per nessuno, di farsi somministrare tali terapie geniche sperimentali. Di un farmaco sperimentale – e i cosiddetti “vaccini Covid” sono ancora in fase di sperimentazione – non può essere imposta alcuna somministrazione per obbligo di legge.

Quanto sto dicendo è verificabile sempre sulla scheda tecnica, dove è riportato chiaramente un triangolo nero capovolto a significare che il farmaco è nell’ultima “fase di sperimentazione” in “vivo” cioè che viene fatta su soggetti che si sottoporranno “volontariamente” a questa sperimentazione. Inoltre, sempre sulla stessa scheda tecnica (comunemente detto foglietto illustrativo o bugiardino), è riportato esplicitamente dai produttori che si tratta di una sperimentazione “in doppio cieco” e che i risultati saranno resi noti entro il 2023.
Se poi Lei dovesse affermare che per il fatto che io non sia “vaccinato” possa avere limitazioni o restrizioni alla libertà personale di qualsiasi tipo, sociale, lavorativa, di spostamento, allora si configura un ricatto che il codice penale definisce estorsione giusta l’art. 629 cod. pen.
Poi ci sono anche altri motivi, ma per ora mi fermo qui.

  • Quindi, Sig. XYZ, Lei non fa questa vaccinazione? Dunque rifiuta? Perché se e’ così devo farLe firmare che rifiuta.
  • Io non sto rifiutando alcunché, semplicemente non Le sto dando il mio consenso. Posso darLe il consenso e firmare se Lei riporta sul documento di “Consenso Libero e informato” il pezzo che manca, vale a dire la mia dichiarazione: “Io sottoscritto X Y dichiaro che non do il consenso a nessun tipo di trattamento farmacologico sperimentale Covid. Dichiaro inoltre che il mio sistema immunitario non ha necessità di “istruzioni esterne” su come “comportarsi e rispondere” nei confronti di agenti patogeni. È già ottimamente istruito da milioni di anni di evoluzione e riceve quotidianamente da me tutto il supporto necessario. Essere un cittadino informato di sana e robusta Costituzione (art. 13, 16, 32, 41) è la vera garanzia per la mia salute e per la ‘Salute Pubblica’”.
  • Ma io non posso riportare la sua dichiarazione
    Non pretenderà che io firmi ciò che vuole Lei o chi per Lei? Io metto la mia firma in un documento solo quando ciò che vedo scritto ha la mia approvazione. Altrimenti firmi Lei!
  • Allora scrivo che Lei rifiuta!
  • Lei può scrivere ciò che vuole, ma sappia che dovrà rispondere personalmente in sede sia civile che penale di tutto ciò che scriverà riguardante la mia persona, soprattutto se scrive il falso, essendo un pubblico ufficiale. Le ricordo comunque che, senza la mia firma, il Suo verbale da Lei solo scritto e firmato rimane un foglio di carta che io non ho né approvato né sottoscritto e che pertanto non ha alcun valore legale.
    °°°
    Questo è ciò che risponde un cittadino informato e consapevole dei propri doveri e diritti. La criminale campagna vaccinale ai danni dell’ignara popolazione illusa di un rimedio peggiore del male – il Covid 19 si elimina con cure efficaci che possono essere a disposizione di tutti – richiede una risposta ferma e decisa da parte di tutti o almeno di quella cittadinanza consapevole che aumenta sempre di più grazie al lavoro di controinformazione dei pochi giornalisti indipendenti non asserviti al regime
    sanitario. Partecipiamo così ad
    una delle più grandi imprese della storia. E sui libri di storia ne
    parleranno, quando la veemenza degli interessi sporchi che divorano il presente si sarà placata e il
    mondo sarà pronto per guardarsi con lucidità e serenità alle spalle.
  • Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.Li), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, supportati da un team di medici e avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verita sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale.

Un principio costantemente disatteso, che va contro il diritto di ogni cittadino di essere informato e di poter farsi un’opinione, grazie a quella che dovrebbe essere la trasparenza di uno Stato che si definisce “fondato sulla Democrazia”. 

di Roberto Roggero

Lo scorso 3 maggio si è celebrata, in tutto il mondo, la Giornata della Libertà di Stampa. Un evento che ha avuto, e continua ad avere, tutto il sapore della più goliardica presa in giro. Eppure, il diritto di libertà d’informazione e di opinione è sancito dall’articolo 21 della Costituzione, che come molti altri è diventato nulla di più che carta straccia. In particolare, l’articolo 21 dice: “La Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”. E’ solamente una ulteriore dimostrazione del contrario, come ciò che si legge nelle aule dei tribunali, dove il principio fondamentale “La legge è uguale per tutti”, è relegato al rango di barzelletta. Una barzelletta grazie alla quale ancora oggi un giornalista può incorrere in condanne da scontare in carcere per avere affermato o scritto ciò che non è consentito scrivere o affermare, e che nella maggior parte dei casi è la verità. Certo, che la verità sia scomoda o spaventi chi ha la coscienza non troppo luccicante, non è un segreto per nessuno. 

Al discorso si collega il mancato riconoscimento della categoria del libero professionista, o Free Lance, da cui proviene la mole maggiore di informazioni, a tutto vantaggio di chi è inserito in grandi strutture con grandi budget e grandi retribuzioni. Una situazione che, per molti, è di costante precariato, e che limita pesantemente la libertà di informazione, fino a operatori dell’informazione apertamente minacciati, o peggio. Una situazione dove l’etica dell’informazione è una aleatoria utopia. 

Se però non cambia la cultura dell’informazione, non può esserci una legge che stabilisca dei principi di uguaglianza o che garantisca una libera informazione. E’ quindi necessario un dibattito culturale prima che politico, e riconoscere il fatto che se l’informazione ha un grande potere, diventa automaticamente bottino di guerra.

Dal poco invidiabile 41° posto, ultima in classifica in Europa, e con circa 20 giornalisti sotto scorta, l’Italia celebra la Giornata Internazionale sulla Libertà di Stampa, istituita nel 1993 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite. Secondo l’ultima pubblicazione ufficiale di Reporter Senza Frontiere, in oltre 130 Paesi nel mondo l’esercizio del giornalismo “vaccino principale” contro la disinformazione è “totalmente o parzialmente bloccato”. Insomma, non è possibile che ci siano giornalisti che guadagnano 10 euro (lordi) ad articolo, lavorando in contesti di pericolo e precarietà, mentre altri percepiscono mensilità a svariati zeri svolgendo il lavoro solo dietro a una scrivania. E se anche il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, si è detto d’accordo in linea di principio, la stessa Federazione non ha ancora fatto nulla per cambiare la situazione… 

Durante tutta la durata della seconda guerra mondiale, e nell’immediato dopoguerra, la stampa venne sottoposta a vari limiti e condizioni, in parte derivate dalla legislazione che regolava la libertà di stampa nel Regno d’Italia e poi passata attraverso le imposizioni del regime fascista.  

Molte delle leggi che regolano la libertà di stampa nella Repubblica Italiana provengono dalla riforma liberale promulgata da Giovanni Giolitti nel 1912, che istituì anche il suffragio universale per tutti i cittadini di sesso maschile. Per diversi aspetti, le condizioni in cui molti operatori dell’informazione svolgono il proprio lavoro, non si è discostata molto dall’Italia di Giolitti o dalle norme stabilite dal “Codice Rocco”, cioè il Codice di Procedura Penale elaborato dal ministro della Giustizia del governo fascista, risalente al 1930. Si pensi che diversi articoli del “Codice Rocco” riguardanti la libertà di stampa, sono stati abrogati solo pochi anni fa, come l’Art.57 che stabiliva: “Salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati (528, 565, 596bis, 683, 684, 685), è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo”. O come l’Art.303 (abrogato solo nel giugno 1999) che stabiliva: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più fra i delitti indicati nell’articolo precedente è punito, per il solo fatto dell’istigazione, con la reclusione da tre a dodici anni. La stessa pena si applica a chiunque pubblicamente fa l’apologia di uno o più fra i delitti indicati nell’articolo precedente.” O ancora l’Art.662 (abrogato nel 1988), nel quale si legge: “Per l’esecuzione delle pene accessorie, il pubblico ministero, fuori dei casi previsti dagli articoli 32 e 34 del codice penale, trasmette l’estratto della sentenza di condanna agli organi della polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza e, occorrendo, agli altri organi interessati, indicando le pene accessorie da eseguire. Nei casi previsti dagli articoli 32 e 34 del codice penale, il pubblico ministero trasmette l’estratto della sentenza al giudice civile competente. Quando alla sentenza di condanna consegue una delle pene accessorie previste dagli articoli 28, 30, 32 bis e 34 del codice penale, per la determinazione della relativa durata si computa la misura interdittiva di contenuto corrispondente eventualmente disposta a norma degli articoli 288, 289 e 290”. 

Insomma, di fatto, nell’Italia democratica del 21° Secolo, il “Codice Rocco” è tutt’ora in vigore, pur modificato dalla Corte Costituzionale in diverse riprese, nel 1945, nel ’54, nel 1982 e nel ‘99. Poi più nulla. 

In sostanza, molte norme di epoca fascista, che regolano questioni minori come la necessità di autorizzazione per la stampa, sono ancora in vigore, e vengono ignorate o interpretate in modo edulcorato dalla maggior parte della pubblica amministrazione. 

Il mancato adeguamento della legge penale e amministrativa italiana alle nuove tecnologie, costringe a interpretazioni talvolta distorte, restrittive, e con effetti molto pericolosi, specialmente se si pensa che nell’era di internet (cominciata ormai da decenni) una delle conseguenze paradossali è che difficilmente sarebbero sanzionabili provider di siti web pornografici o addirittura pedo-pornografici che abbiano la loro sede al di fuori del territorio della Repubblica. Nessuna legge regola le frequentissime intrusioni di “pubblicità” non autorizzata in siti ufficiali, e le stesse norme in vigore posso portare anche a una condanna o a una assoluzione a seconda della sola interpretazione del magistrato incaricato. 

Si pensi che nel 2008, a causa di una interpretazione troppo restrittiva di articoli del codice penale, relativi all’obbligo di registrazione presso il tribunale di ogni tipo di pubblicazione, (esteso anche a qualsiasi sito internet, sebbene non concepito per tale utilizzo) lo storico Carlo Ruta venne condannato in quanto gestore di sito web per “stampa clandestina”, finché la Corte di cassazione ha deciso l’assoluzione. 

A questo punto, che senso ha leggere l’Art.21 della Costituzione, secondo il quale “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”? Stesso discorso per il principio secondo il quale la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. 

Sulla base del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, una larga e trasversale parte delle forze politiche ha sempre trovato motivo per restringere la libertà di espressione, giustificando la presenza di un monopolio della tv di Stato in campo radiotelevisivo, adducendo il motivo che le frequenze disponibili sull’etere sono un numero relativamente limitato. 

Codice Rocco a parte, le successive leggi introdotte dal Parlamento, a partire dal 1948, non hanno portato particolare giovamento. Proprio nel febbraio ’48 fu promulgata la nuova Legge n.47 sulla stampa, con cui erano dichiarate decadute le disposizioni del regime fascista. 

La nuova legge stabiliva, tra l’altro, quali indicazioni obbligatorie dovessero apparire sugli stampati e inoltre definiva le prerogative del direttore responsabile e del proprietario o editore, e fissava le regole per la registrazione delle pubblicazioni periodiche con norme relative al reato di diffamazione a mezzo stampa (responsabilità civile, riparazione pecuniaria). 

Insomma, la situazione è in stallo, perché anche se nel luglio 2005 il Parlamento ha votato l’abolizione della condanna a pene detentive in seguito al reato di diffamazione a mezzo stampa, gli emendamenti non sono stati tramutati in leggi. 

Naturalmente, la questione del conflitto di interessi in merito alla proprietà di televisioni, giornali e incarichi istituzionali è ancora un altro universo che meriterebbe un discorso a parte, e ancora oggi senza soluzione. 

Tutto questo porta quindi ai rapporti di Reporters Senza Frontiere che, nel 2007 poneva l’Italia al 35° posto, nel 2008 al 44° e, in una parabola discendente che sembra non avere freni, con il nostro Belpaese preceduto da Jamaica Namibia, Costa Rica, Ghana, Botswana e Burkina Faso e ultimo in Europa, oltretutto definito “particolarmente soggetto a censura”, con casi ampiamente documentati. Per altro, l’Italia ha sì guadagnato un primo posto, diretta conseguenza della situazione sulla libertà di informazione: medaglia d’oro per la popolazione considerata più ignorante del continente europeo. 

Esempi se ne possono citare a non finire, ma uno dei più eclatanti è stato citato nel Rapporto Freedom House 2004, quando Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, era proprietario del primo gruppo televisivo privato del Paese, nonché della prima casa editrice nazionale, con rappresentanti nella Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla RAI. Il problema, però, sta a monte: anche se la legge in teoria limita il controllo dei politici sulle loro proprietà, non fa divieto di possedere compagnie mediatiche, a differenza degli Stati Uniti, dove il controllo dei media è interdetto ai politici e dove al Presidente si applica il “blind trust”. Ci aveva provato, con risultati che non si possono non definire “ridicoli”, l’allora ministro Gasparri con la proposta di legge sulle frequenze radiotelevisive, una delle maggiori trovate comiche degli ultimi tempi. 

Un ultimo recente e vergognoso esempio, che non ha bisogno di commenti, è il manifesto apparso per le strade della capitale, nel quale sono etichettate alc999une testate e relativi direttori o editori, come dedite alla apologia del fascismo. Giornali che esercitano il diritto di libertà di stampa garantito dalla Costituzione. Da notare che, nel manifesto, non compaiono ad esempio, i giornali di partito, manifestamente di destra o meno. Secondo questo principio, che posto dovrebbero occupare testate come “Il Secolo d’Italia”? 

Fermo restando che è semplicemente ridicolo attaccarsi ancora a principi ormai anacronistici come “Destra” o “Sinistra”, nel minestrone ormai andato a male dell’odierno agone politico, chi scrive non fa mistero di appartenere a una ideologia non certo derivante dalla Destra storica. Tutt’altro. Eppure scrivo in difesa del principio della libertà di stampa in quanto tale, a prescindere dal fatto che un giornale appartenga o meno a una ideologia. Un giornalista o un operatore dell’informazione che sia fedele al principio della verità oggettiva, è semmai critico soprattutto verso la propria appartenenza, perché è fin troppo facile puntare il dito contro il “nemico”. Verità e libertà di pensiero non hanno colore o ideologia. Verità e libertà di pensiero sono verità e libertà, senza accessori o aggettivi. 

di Enrico Clerici

Fino a che punto la scienza restera’ al servizio dell’uomo e non gli si rivoltera’ contro?

Questa domanda se la poneva Giorgio Bocca diversi anni or sono e forse anche oggi non siamo ancora riusciti a dare una risposta.

Premetto che chi scrive, anche se nella vita ha svolto mansioni diverse, è un sostenitore dello sviluppo tecnologico, ritenendo che tale aspetto sia talmente insito nella curiosità dell’uomo che non se ne possa assolutamente prescindere.

E d’altra parte, il motore della vita è proprio la curiosita’. In psicologia, la curiosità viene definita come il desiderio di curiosità, colmare un vuoto, avere informazione e stimoli mentali nuovi, mossi da motivazioni intrinseche (interne). Einstein a tal proposito ebbe a dire: “L’importante e’ non smettere di fare domande…Non perdere mai una sacra curiosita’”.

E, quindi, fino a che punto può spingersi la curiosità dell’uomo, senza varcare quei limiti che sono imposti dall’etica e/o dalla morale?

Infatti – secondo quanto asserisce la Dott.ssa Grigis – può esserci anche una curiosità “negativa”, che altro non è che quella volta ad ottenere informazioni per poi utilizzarle per secondi fini, che appunto, non sono etici

Ma anche sui termini etica e morale dobbiamo fare una riflessione.

I termini “etica” e “morale” hanno senz’altro una radice etimologica comune. Infatti con la prima delle due parole, dal greco antico  ἦθος  (trasl. êthos), intendiamo «carattere», «comportamento», o, anche «costume», «consuetudine», «abitudine» (ἔθος – trasl. èthos). Con la seconda, allo stesso modo, intendiamo costume (dal latino: moralis, da mos, moris). Il primo a coniare la parola “morale” fu Marco Tullio Cicerone, rifacendosi appunto al greco  ἠθικός (etikòs), che come si è visto a sua volta è derivato di ἦθος (êthos).

Ma i due concetti variano moltissimo in filosofia. Infatti, i due termini hanno seguito percorsi linguistici divergenti e, pertanto, non si possono usare i in maniera indifferente ed occorre comprendere quando è meglio parlare di “etica” e quando invece dovremmo parlare di “morale”. Del resto, Wittgenstein diceva che tutti i problemi filosofici in realtà sono problemi linguistici. 

Anche nella nostra Costituzione si parla di morale e precisamente agli artt. 13 – 29 – 48.

Nell’art. 13 laddove si asserisce: “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

Nell’art. 29 laddove si asserisce: “Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

Nell’art. 48 laddove si asserisce: “Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.

Ma perché i Padri Costituenti hanno usato il termine morale, piuttosto che il termine etica?

Come osserva il Prof. Mons. Samuele Sangalli, Docente titolare dei Corsi liberi di “Etica delle professioni” nel Dipartimento di Giurisprudenza, di “Global governance through Interreligious Dialogue”, presso l’Università LUISS, in un’intervista concessa a Paolo Fontana, “tra i due vocaboli, “morale” è quello rimasto più fedele all’accezione etimologica originaria. Sulla scia di “mos” indica tuttora un sistema codificato di comportamenti riconosciuti da una comunità. Ne consegue che con il termine “morale” si intende un comportamento valutabile in termini di valore e di conformità. Un concetto assimilabile al c.d. “buon costume”

(fonte: https://www.iurisprudentes.it/2015/09/09/etica-e-morale-differenze-analogie-puntualizzazioni-lessicali-per-una-corretta-analisi-quale-destino-nel-deserto-del-nichilismo/ ). 

In altre parole, oggi, con il termine etico si intende per lo più il comune sentire di un determinato popolo in un preciso periodo storico. Ciò sta a significare che con questa parola si fa riferimento a quel ramo della filosofia che analizza il comportamento ritenuto corretto, il modo di pensare e dei valori giusti che si dovrebbero seguire in qualsiasi circostanza.

Diversamente con il termine morale facciamo riferimento maggiormente alla spiritualità trasfusa in un’istituzione religiosa. Anche se questa caratteristica può limitarsi ad uno degli aspetti che la parola significa.

In questo primo caso, l’efficacia della norma proviene in assoluto da Dio. Ma esiste anche un secondo tipo di norma morale, quella laica, dove le norme si basano sulla natura dell’uomo. Ma in questo senso, a parere dello scrivente, rientriamo più nel concetto di etica.

Questa, infatti, si sofferma maggiormente sul senso dell’esistenza dell’uomo, sul suo significato esistenziale, sulla vita di ogni singolo individuo in rapporto con la comunità.

Ma oggi si affaccia una nuova problematica che si affianca a quella esistente tra diritto e morale, intendendosi con il primo i principi etici del comportamento umano inseriti in norme comportamentali per lo più cogenti, che – come sostiene l’Antolisei richiamandosi a quella dottrina del pensiero giuspositivista – prescinde da qualsiasi valore morale, dovendosi far riferimento a quella definizione di etica più sopra data. Stiamo parlando del rapporto tra etica e tecnologia.

A tale proposito, il futurologo Gerd Leonhard, pronunciandosi su questo annoso tema, ebbe a dire testualmente: “Siamo in uno snodo cruciale nell’evoluzione tecnologica. Il cambiamento diventerà esponenziale, inevitabile e irreversibile. È la nostra ultima possibilità di decidere fino a che punto permetteremo alla tecnologia di plasmare le nostre vite&QUOT;.

In maniera più ottimistica (anche se discutibile), il Prof. Hiroshi Ishiguro, docente all’Università di Osaka e creatore di Geminoid, ritiene che gli umani dovranno imparare a convivere con i robot contribuendo insieme allo sviluppo della società del futuro. Ed alla domanda di un intervistatore che si poneva il problema della robot-interaction, e quindi di poter interagire con una macchina che in qualche modo assomigli in maniera quasi perfetta ad un uomo, lo scienziato giapponese candidamente rispose: “Lei avrebbe paura di una sorella gemella?”

Sempre Gerd Leonhard, autore di “Tecnologia vs umanità – Lo scontro prossimo venturo” (Egea), ha espresso – secondo me – un punto assolutamente importante e direi nevralgico e cioè che il c.d. uomo della strada ha la convinzione e quasi la presunzione di ritenere che il futuro si possa estrapolare dal presente e persino dal passato, ostinandosi a credere che ciò che è stato, sarà.

La crisi dei valori morali ed economici nasce anche da quest’idea di ribellione al rinnovamento ed al cambiamento.

È sicuramente vero che fino a 100 anni fa, il progresso scorreva sempre inesorabile ma lentamente e le persone avevano più tempo ad abituarsi e ad accettarlo.

Il secolo scorso è stato definito il secolo breve. Infatti, è assolutamente direi quasi traumatico vedere la vita comune come si svolgeva nel 1900, nel 1950 e nel 1999.

Pensiamo ad esempio all’invenzione dell’aereo.  È il 17 dicembre del 1903, quando i due fratelli statunitensi Orville e Wilbur Wright crearono il primo mezzo in grado di sollevarsi da terra e di volare in modo controllato grazie a un motore e lo fecero alzare in volo vicino alla cittadina di Kitty Hawk. Era il periodo dei c.d. assi delle macchine volanti. Spericolati piloti che riuscivano di fronte allo stupore di attoniti sguardi a far alzare di qualche metro un uccello metallico dall’incerto volare. L’8 novembre 1950, nel corso della guerra di Corea, il tenente Russell J. Brown della United States Air Force americana, ai comandi di un F-80, intercettò due MiG-15 nordcoreani vicino al fiume Yalu e li abbatté, nel primo combattimento aereo tra jet della storia.

Nel 1998, si tenne il lancio del primo modulo della Stazione Spaziale Internazionale.

Il nuovo secolo è stato ancora più veloce… pensiamo all’evoluzione del cellulare fino ad arrivare agli smartphone più recenti.

E dell’AI? Che dire? Cos’e’ il machine learning?

Il machine learning, che in italiano possiamo tradurre come apprendimento automatico, è una particolare branca dell’informatica che può essere ritenuta connessa strettamente all’intelligenza artificiale. Anzi, potremmo dire che è un sottoinsieme dell’intelligenza artificiale, che si occupa di creare sistemi che apprendono o migliorano le performance in base ai dati che utilizzano.

L’intelligenza artificiale diversamente è una locuzione che fa riferimento a sistemi o macchine che imitano l’intelligenza umana. Pensiamo a quegli umanoidi così ben descritti dallo scienziato Isaac Asimov nel suo “I, Robot”

I termini apprendimento automatico e intelligenza artificiale vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma ciò non è propriamente corretto. Per essere ancora più precisi, dobbiamo far riferimento a tre diversi tipi di terminologia:

Intelligenza Artificiale: quando una macchina imita il comportamento umano

Machine Learning: consiste in tecniche che consentono ai computer di comprendere le cose dai dati e fornire applicazioni AI.

Deep Learning: quando la macchina esegue e risolve problemi piu’ complessi

Limitiamo il discorso all’intelligenza artificiale, che abbiamo visto essere quella scienza volta alla realizzazione di macchine in grado di risolvere problemi che fino ad oggi erano di esclusivo dominio dell’intelligenza umana. In una bellissima trasmissione di Rai 1, “Codice” condotta dalla bravissima giornalista Barbara Carfagna, si faceva una riflessione che sembra piuttosto semplice, ma che tuttavia non è di così immediata intuizione. Nel comune sentire, tutti pensiamo ai robot come a quelle macchine che hanno fattezze umane. Ma in realtà non è assolutamente così. Quando usiamo la carta di credito per pagare, quando cerchiamo informazioni su qualche motore di ricerca del web, quando chiediamo all’assistente virtuale del nostro cellulare di chiamarci un numero di telefono memorizzato, quando usiamo uno dei tanti social media per interagire con i nostri amici sparsi nel mondo, ebbene, utilizziamo l’intelligenza artificiale e quindi robot. Qualunque sia il modello di business e l’ambito applicativo, l’intelligenza artificiale può ottimizzare le operazioni, renderle più efficienti, migliorare le decisioni dei professionisti del settore e creare nuovi servizi e modalità di lavoro.

In un articolo apparso su Science, Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione a capo del Digital ethics lab dell’Università di Oxford, ha scritto che “Una forza potente che sta rimodellando pratiche quotidiane, interazioni personali e l’ambiente”, avvertendo e quasi ammonendo che più di qualsiasi altra nuova tecnologia, l’AI necessita di tutto un apparato etico, idoneo a tenerla sotto controllo e aiutarci a sfruttarne il potenziale.

Uno dei rischi più grossi è il deskilling, la possibilità cioè, che gli esseri umani si abituino a delegare alcune importanti funzioni ai robot, perdendo così la capacità di svolgere compiti importanti.

E alla preoccupazione del prof. Floridi, si aggiunge anche quella di Alexandros Kalousis, docente di Data Mining e Machine Learning presso l’Università di Scienze Applicate della Svizzera occidentale, il quale constata con preoccupazione: “&QUOT;L’intelligenza artificiale è ovunque e sta avanzando velocemente; tuttavia, molto spesso gli sviluppatori di strumenti e modelli di IA non sono veramente consapevoli di come questi si comporteranno quando saranno impiegati in complessi contesti del mondo reale&QUOT;.

A tale proposito, basta menzionare gli incidenti come il tracollo di Google- Timnit Gebru, Cambridge Analytica, l’hack di Solarwinds e l’eccesso di sorveglianza, che diventano il risultato di trascurare il lato etico dell’IA nel corso degli anni.

Come osserva anche la ricercatrice Aparna Ashok, che nel 2018 ha sviluppato e perfezionato un documento che potremmo definire un codice dei &QUOT;Principi etici per la tecnologia umana&QUOT;, al fine di “creare un linguaggio comune per riflettere sulle implicazioni relative all’umanità all’interno del processo di progettazione del prodotto.&QUOT; 

Da questo importante rapporto, la ricercatrice è stata particolarmente attenta ad osservare il fenomeno sempre meno etico delle aziende di incamerare ed utilizzare una grande quantità di dati, analisi e potenza di calcolo per costruire sistemi accurati. Spesso non curanti dell’impatto che queste decisioni possano avere nella vita reale sugli esseri umani.

Ma qualcosa si sta muovendo anche in questo campo.

Ad esempio, nel campo della robotica, esistono linee guida come il progetto chiamato “P7000”, elaborato da IEEE (la più grande organizzazione professionale tecnica del mondo dedicata al progresso della tecnologia a beneficio dell’umanità) che “stabilisce una serie di processi mediante i quali le organizzazioni possono includere la considerazione dei valori etici umani durante le fasi di esplorazione e sviluppo del concetto. Questo standard supporta la gestione e l’ingegneria nella comunicazione trasparente con le parti interessate selezionate per l’eliminazione dei valori e la definizione delle priorità. Implica la tracciabilità dei valori etici attraverso un concetto operativo, proposte di valore e disposizioni di valore nella progettazione del sistema. Lo standard descrive i processi che forniscono la tracciabilità dei valori etici nel concetto di operazioni, requisiti etici e progettazione basata sul rischio etico. È applicabile a organizzazioni di tutte le dimensioni e tipi che utilizzano i propri modelli di ciclo di vita”.

(fonte: https://standards.ieee.org/project/7000.html)

Insomma, Filosofia ed Etica devono in qualche modo conciliarsi con lo sviluppo tecnologico, anche se può sembrare un ossimoro un tale accostamento.

Infatti, anche se risulta essere molto difficile se non impossibile tentare di Insegnare la moralità alle macchine in modo da comportarsi tecnologicamente in modo etico, in quanto non trasformabile la moralità in un algoritmo che possa essere compreso da un computer, diventa indispensabile che i ricercatori e gli esperti di AI trasformino i valori etici in parametri quantificabili. In altre parole, devono fornire alle macchine le capacità necessarie atte a far loro assumere regole decisionali capaci di interpretare correttamente il dilemma etico che potrebbero incontrare. Ma in tal senso sorge un ulteriore problema: la necessità che gli esseri umani siano d’accordo tra loro sulla linea di condotta più etica in una determinata situazione.

Che fare allora?

Gli ingegneri devono iniziare col raccogliere dati sufficienti sugli aspetti etici, in modo che i robot vengano indotti, attraverso complicati algoritmi di intelligenza artificiale, a comportarsi in modo adeguato. Naturalmente occorre partire da dati il più imparziali possibile che prendano forza dalle definizioni comuni dei valori etici per arrivare ad una loro buona standardizzazione, tale che permetta ad un sistema di intelligenza artificiale di superare quella difficoltà ad interpretare modelli di dati imparziali.

Ne è un esempio il progetto definito della macchina morale elaborato dal MIT, una piattaforma che presenta i dilemmi morali di un’auto senza conducente che deve affrontare per scegliere il minore dei mali, come ad es. se uccidere due passeggeri o cinque passeggeri. L’osservatore deve esprimere la propria idea su quale rischio sembri il male minore.

Diversamente a quanto accadeva in tempi passati, nei quali un ingegnere si sarebbe preoccupato di sviluppare un algoritmo in maniera funzionale, senza farsi tanti problemi di carattere etico, oggi gli scienziati, tecnologi e progettisti si trovano ormai davanti alla sfida urgente di affrontare l’innovazione in maniera consapevole. Si sentono responsabili non solo del buon funzionamento delle tecnologie, ma anche delle loro conseguenze, come asserisce Paolo Volontè sociologo e coordinatore di Meta, l’unità di studi umanistici e sociali su scienza e tecnologia del Politecnico di Milano, dove proprio lo scorso febbraio è partito il primo insegnamento universitario di Ethics for technology.

Diventa sempre più reale e concreto il pericolo che le nuove capacità tecniche volte all’espansione dell’io portino a conseguenze sempre più complesse ed imprevedibili, fino all’estremo della possibile futura “Singolarità tecnologica”, conducendo alla completa inaffidabilità di nuovi modelli etici. Ciò potrebbe causare la rottura con la tradizionale idea di coscienza e con il suo supporto biologico.

Si incontreranno, quindi, sempre più difficoltà a conciliare tali nuovi aspetti con gli antichi valori, dominati da una possibile interfaccia biologico-informatico.

La società descritta da Baumann torna alla ribalta. Anzi una società tecnoliquida, neologismo che specifica perfettamente l’uomo digitale 2.0 che caratterizza quella società che lo stesso sociologo definisce liquida.

Secondo Baumann, l’uomo moderno vive una vita sociale instabile. Ciò perché è sbattuto dagli eventi e da cambiamenti imprevedibili, che lo rendono incerto nella routine della sua antica esistenza. Vengono a mancare certezze e punti di riferimento. Secondo il sociologo polacco, questa confusione soprattutto a livello intellettivo dipende dalla diffusione e dal potere assunto dalla tecnologia nel mondo moderno. La tecnologia ha portato ad una globalizzazione con tutti i problemi ad essa connessi: incontro di usi, costumi, culture molto diverse alle quali gli esseri umani non vogliono rinunciare, nonostante siano in parte consci che aver reso il mondo più piccolo comporta rinunce più grandi.

La tecnologia ha accelerato la mobilità e l’interazione, ma parallelamente ha deregolamentato e flessibilizzato il mercato, aumentato povertà, la disuguaglianza e creato inevitabile disoccupazione. A confondere ancor più l’uomo moderno, è stato il fenomeno della trasformazione dei legami sociali in virtuali, destrutturando sempre più la stessa vita sociale e portando la tradizione a sconfinamenti sempre più reali.

La società moderna percepita non è più regolata né da confini né da barriere, ma diventa instabile e friabile nella sua continua mutevolezza e virtualità da cui genera incertezza e provvisorietà. Occorre assolutamente che nell’immediato futuro si venga a creare una stretta connessione fra etica, diritto, e tecnologia. E a tale proposito bisogna che tale sinergia coniughi tre funzioni:

1. Divenire consapevoli di quanto la tecnologia digitale e l’IA vada ad impattare sulle professionalità pubbliche e private, specie quelle che potranno influire particolarmente sui diritti dei cittadini e delle imprese;

2. Concepire l’elaborazione di una normativa primaria che vada a regolare tutti gli aspetti della tutela dati personali e più in generale dell’economia digitale;

3. Attento controllo sulla funzione di rule making, che dovrà fondarsi sulla conoscenza della realtà che evolve, non su di una sua rappresentazione meramente virtuale.

Queste tre funzioni dovranno sottostare a due funzioni di importanza vitale: una formazione adeguata e la previsione di sanzioni idonee ad evitare tutti quei facili abusi che il mondo tecnologico può introdurre in maniera innovativa nel mondo sociale.

Tutto ciò sarà indispensabile per responsabilizzare tutti quegli operatori che – sia nel pubblico sia nel privato – sono chiamati a prendere decisioni con l’ausilio di tecnologia digitale e di IA. Non si dovrà in alcun modo permettere che le istituzioni in questione possano divenire facile espressione di una tecnocrazia prevaricante.

La tecnologia incide sempre più nella vita quotidiana di ogni individuo. Nel fantastico mondo di internet, la IA e il Machine Learning possono facilmente trasformarsi in uno strumento per diffondere notizie false o per violare, profilando gli utenti, i diritti essenziali degli individui.

Ma anche il mondo del lavoro potrà subire mutazioni non indifferenti per colpa della o grazie alla tecnologia. Saranno cambiati i ritmi di lavoro, incidendo in maniera cospicua sull’occupazione.

Potrà, però, diventare anche un mezzo per fornire all’uomo ausili da parte di macchine “intelligenti” in grado di intervenire in maniera positiva nel mondo della scienza, della medicina, della produzione, dei trasporti, persino della vita quotidiana.

Attenzione però ai rischi connessi al “controllo sociale” e al diritto alla privacy. 

Necessiterà, quindi, una regolamentazione nel rispetto dei principi costituzionali e delle norme civili e penali che dovranno essere formulate in maniera adeguata al veloce mutamento sociale. In tal senso, tutti gli operatori del diritto dovranno sentire  il peso di questa grande responsabilità, avendo sempre presente che, al di là del fascino che la tecnologia può esercitare sugli esperti,  il cittadino viene e verrà in ogni caso prima di tutto.