Wikipedia cancella la pagina del dott. De Donno

(di Monica Tomasello)

Non c’è più traccia del dottor Giuseppe De Donno su Wikipedia, sull’enciclopedia che si spaccia per libera e collaborativa. 

Potete controllare voi stessi su internet oppure cliccando direttamente qui: DE DONNO -WIKIPEDIA

Quindi la censura di “Matrix” colpisce indiscriminatamente ancora e ovunque. Sono tutti “invischiati”: politici, operatori sanitari, mainstream, Tv, social e perfino chi, come Wikipedia, spaccia un servizio per libero, indipendente e collaborativo.

È superfluo chiedersi il perché Wikipedia abbia oscurato la pagina di un medico onesto come Giuseppe De Donno… “Ormai, a quanto pare, funziona così. Esattamente come nelle nazioni dittatoriali: censure, discriminazioni, sparizioni, pass, segregazioni La strada è segnata. Chi non lo ha ancora capito o è sciocco oppure in www.lapekoranera.it

Non esiste più alcun ritegno, nè rispetto, nemmeno dei morti

Anzi no! La Verità esiste! È semplicemente nascosta o manipolata. Sta a noi trovarla e diffonderla. Ma per far questo occorre innanzi tutto prendere consapevolezza di quanto sta accadendo e poi studiare, studiare tanto, ricercare, andare direttamente alle fonti ed a queste comparare le notizie…. Occorre capacità di analisi, spirito critico ed una visione scientifica. Non è cosa facile. È faticoso… lo só. Ma non abbiamo altra scelta. Ormai le tv ed i “giornalai” sono soltanto un mezzo di propaganda in perfetto stile nazi-fascista. Spegnete le tv! Non servono più a nulla se non a manipolarci!! Spegnete tutto… e cominciate finalmente a pensare con la vostra mente! Ma soprattutto imparate ad ascoltare il vostro “cuore”! Esso vi saprà indicare  la Verità semplicemente facendovela “sentire”…

Non esiste più dignità…

E chi crede, preghi! Non ne abbiamo mai avuto così bisogno come adesso…

Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, fra cui anche Marzia Chiocchi di Mercurius5, e Monica Tomasello di Catania CreAttiva, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale

Economia globale, economia italiana e fallimento del sistema

Nel modello globale esistono evidentemente alcuni meccanismi ormai usurati. Forse l’Italia è uno di questi? 

di Roberto Roggero

Nel gigantesco circuito della Finanza, che estende i suoi tentacoli a livelli difficilmente immaginabili, solo nove Paesi hanno una propria Banca Centrale che, pur attraverso i gangli del sistema “scatole cinesi”, non faccia capo a nomi come Rothschild, dinastia che, insieme a pochissime altre, alimenta semplicemente tutto. Non esiste quindi una “Banca Rothschild” in Russia, Cina, Venezuela, Iran, Cuba, Ungheria, Siria, Islanda e Nord Corea. Inoltre, Venezuela, Iran e Russia sono anche i primi tre produttori di energia al mondo, considerando i giacimenti di petrolio, carbone e gas. Per il resto, in un modo o in un altro, tutti gli istituti nazionali di credito, definiti quindi per statuto “organismo di uno stato indipendente sovrano”, di fatto non lo sono, dal momento che, direttamente o per conto terzi/quarti/quinti/ecc. sono controllate da Rotschild & Soci. Da considerare poi che le Banche Centrali di Svizzera (in primis), Giappone, Grecia e Belgio, hanno costituito società quotate in Borsa. Da qui si comprende perché certi Stati, con istituto di credito effettivamente statale indipendente, sono costantemente attaccati a diversi livelli, e soprattutto mediaticamente, da holding della comunicazione che al vertice, dopo un contorto organigramma, trovano i soliti noti. 

Il riferimento è in particolare a quello che i media mainstream occidentali hanno battezzato “Asse del Male”, con annessi simpatizzanti e alleati, evidenti o meno. In questi casi, determinati progetti di destabilizzazione, partono dalle pagine dei giornali o da particolari siti internet o reti radiotelevisive, e si comprende quindi, perché i sopracitati nove Paesi siano considerati “il nemico”. 

A questo punto, viste le condizioni socio-economiche di certi Paesi, una domanda sorge automatica: quando una Banca Centrale, e un governo (se non sono la stessa cosa), progettano la politica economica e l’economia politica (che non sono la stessa cosa), stanno pensando ai benefici della gente della strada, o dei propri azionisti? Altrettanto scontata la risposta, che porta a capire perché un Paese come il Belgio possa stare per quasi due anni senza un governo, quando a tutti gli effetti il ruolo del governo è relativo. E si comprende perché un Paese come la Grecia sia in balia della cosiddetta “Troika” (Fondo Monetario Internazionale-Banca Centrale Europea-Commissione Europea). 

Parlando di Commissione Europea, a un cittadino italiano/europeo, interessa presumibilmente il ruolo del proprio Paese, dove la Banca d’Italia sarebbe una istituzione direttamente dipendente dal governo. Sbagliato: la banca nazionale italiana è una società di azionisti, il cui elenco appare oltretutto senza censure sul sito stesso alla voce “partecipanti”. I principali azionisti sono Banca Intesa San Paolo e Unicredit, con il 52%, seguite da Inail e Inps come enti statali (con quote ben poco rilevanti pari al 7%). Il capitale messo in campo dalle due principali banche italiane è però fornito in maggioranza dai soliti noti. 

Veniamo quindi al problema immediatamente relativo: il controllo della circolazione monetaria. Il riferimento alla dichiarazione di Mayer Amshel Rotschild non ha bisogno di spiegazioni, e già dal 1773: “Permettetemi di emettere e controllare la moneta di una nazione, e non mi importa chi fa le sue leggi. La nostra politica è quella non di fomentare le guerre, ma dirigere Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere guadagni territoriali. Le guerre, e non solo quelle combattute con gli eserciti, devono essere dirette in modo tale che le nazioni, di qualsiasi schieramento, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere. Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi”. Non è questione di fare parte o meno della schiera dei “complottisti”, è semplicemente l’evidenza dei fatti. 

Qual’è l’elemento a monte che fa la differenza? Forse un diverso percorso evolutivo riservato a pochi, rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale? Forse proprio un diverso stadio di comprensione dello sviluppo stesso, per cui una parte dell’umanità non è sufficientemente progredita, giunta però al limite della necessità di un cambiamento. In effetti, il punto è questo: un nucleo di pochi amministra e gestisce qualcosa come mille triliardi di dollari (provate a rappresentare la cifra numericamente…), mentre la maggior parte non ha neanche mai visto una banconota. 

Non è questo il caso dell’Italia, certo. A maggiore ragione dal momento che si conosce il valore del denaro, tale concetto appare ancor più evidente. E l’attuale caso degli accordi conclusi dai governi di tutto il mondo per l’acquisto del vaccino anti-covid, dovrebbe fare riflettere sul volume di denaro mosso dalle multinazionali farmaceutiche. Si provi quindi a ripercorrere l’organigramma di alcuni marchi ormai noti, e si noti cosa o chi appare ai vertici. 

Un altro esempio italiano è Paolo Scaroni, Deputy Chairman di Rothschild Group, già amministratore delegato di ENI e di Enel. Relativamente al caso covid, ha dichiarato: “Ci auguriamo tutti che finisca presto l’epidemia, ma sarà solo per entrare in un altro scenario drammatico…Il tema italiano non è quel che dice Bruxelles, ma quel che pensano i mercati. Dunque quanto ci costa il debito? Bisogna che in parallelo la BCE aumenti l’acquisto dei Titoli di Stato, e per la verità lo sta facendo, indirizzando un grande volume di acquisti nei riguardi del debito del nostro Paese. Altrimenti lo spread andrà alle stelle, con il rischio default. Sul circuito economico e finanziario internazionale, bisogna poi considerare che, in seguito alla pandemia, la Russia avrà peso politico sempre maggiore”. 

L’Italia si trova quindi a questo punto: uno scenario geopolitico ed economico-finanziario in tensione sempre maggiore, con probabili cambiamenti ai vertici politici, che si trovano ad affrontare un debito enorme, di oltre 2.500 miliardi di euro che, per paradosso, costa molto di più dell’effettivo valore nominale. 

A che cosa si deve tutto questo? I fattori sono molteplici, ma non ultimo la crisi del modello economico basato sul sistema Banche Centrali che, in Europa, si trasforma in BCE. Sempre riguardo l’Italia, le quote garantite a Inail e Inps assicurano il sostegno delle politiche previdenziali e del lavoro, anche se un regolamento interno stabilisce che i dividenti non debbano essere superiori al 3% per ogni partecipante al capitale, e quindi il restante 94% dei dividenti, di fatto è proprietà privata. 

Il 52% di Unicredit e Intesa San Paolo è poi costituito da azionisti quali JP Morgan (che controlla anche Monte dei Paschi di Siena), Banco Santander, ABN e AMRO, Blackrock (multinazionale americana che a sua volta ha un piede ben piantato in Atlantia Autostrade e Telecom. Fra gli altri grandi nomi, i tentacoli delle multinazionali straniere si sono ormai radicati in Enel, Banco Popolare, ENI, Fiat, Generali, Finmeccanica, Banca Popolare di Milano, Fonsai, Mediobanca, UBI e di recente, anche Poste Italiane. A questo punto, che cosa rimane di italiano, in Italia? 

La sopra menzionata necessità di cambiamento, per il fallimento del sistema economico occidentale, è nient’altro che la diretta conseguenza di diversi errori di valutazione nel momento di passaggio dalla moneta direttamente collegata alle riserve auree, al successivo corso legale sostanzialmente legato al dollaro, a seguito degli Accordi Bretton-Woods del 1944. Elemento che ha determinato il fallimento del sistema delle riserve di capitali di enti pubblici, e istituti di credito privati e assicurativi, che non regge più l’emissione a prestito e il relativo addebito di nuova moneta. 

A tale proposito, forse non tutti sanno che l’euro è “moneta a debito”, ovvero acquistata dagli Stati membri dell’UE e pagata secondo un valore nominale cui si devono aggiungere gli “oneri finanziari” in Titoli di Stato, che ne aumentano in modo esponenziale il debito stesso, secondo quanto stabilito dagli accordi di Maastricht, per altro non ancora rinnovati, soprattutto nelle attuali fasi cruciali di epidemia da Covid. 

I vari elementi, messi insieme, determinano la non ulteriore sostenibilità del sistema di interazione fra BCE ed emissione di moneta a debito, e anzi, ne aggravano la crisi, in atto da decenni. 

La BCE ha recentemente dichiarato una nuova emissione di moneta, a sostegno dell’emergenza Covid-19, per un totale di 700 miliardi di euro per tutta UE ma, date le premesse, questa massa di denaro dovrebbe essere accreditata, e non addebitata, agli Stati europei. Quello che gli Stati devono riconoscere alla BCE sono i soli costi di stampa del denaro circolante, e semmai i costi operativi per l’emissione, ma non il costo nominale dell’intera quantità monetaria emessa oltre agli oneri finanziari.  

Paesi come l’Italia sono stati costretti a ridurre le spese sanitarie che, in alternativa, sarebbero state fondamentali nella gestione di questa emergenza Covid. L’Italia è stata inoltre costretta a svendere i propri patrimoni nazionali (porti, musei, intere filiere industriali e commerciali) a favore di potenze come Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita, e alle aziende loro collegate. 

Oggi l’economia trainante su scala mondiale è quella definita “della conoscenza”. Le merci che hanno il maggior valore aggiunto, e sono protagoniste degli scambi internazionali, sono quelle il cui valore è dato non solo, e non tanto, da quello delle materie prime e del valore del lavoro (uomo o macchina che sia) per trasformarli, ma anche e soprattutto dal valore di conoscenza (scientifica, ma non solo) che hanno compreso. Il telefono cellulare, ad esempio, avrebbe un costo irrisorio se il valore fosse dato dalle materie prime che contiene e dal lavoro necessario per assemblarlo. Costa tanto per l’altissima tecnologia informatica che contiene. 

A partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso il mondo industrializzato si è enormemente allargato. Sulla scena sono apparsi nuovi protagonisti, fra cui la Cina, ma non solo. Almeno una dozzina di Paesi del Sud-est asiatico, e anche altre economie emergenti in Sud America e Africa.

Nel contesto, definito “nuova globalizzazione”, il ruolo dell’Italia è cambiato. Non siamo più il più povero fra i ricchi. Molto più poveri di noi, in termini sia relativi che assoluti, da trent’anni a questa parte ci sono altri competitori. Questo cambiamento di ruolo è stato determinante, perché nella fase precedente, quando eravamo i più poveri fra i ricchi, potevamo sfruttare la leva del basso costo del lavoro per rendere competitive le nostre merci a piccola e media tecnologia. Parliamo dell’industria e dei beni industriali, ma analogo discorso vale per i servizi. 

Si poteva agire diversamente? Certo sì, e di esempi ce ne sono diversi, a partire dalla Corea del Sud, Paese più piccolo del nostro, o dalla Finlandia. A partire dal 1980, la Corea del Sud ha deciso di puntare sull’economia della conoscenza, partendo dall’educazione e dalla ricerca scientifica. Quarant’anni fa il Sud Corea vantava un numero relativo di laureati inferiore a quello dell’Italia, mentre oggi oltre il 70% dei giovani sudcoreani tra i 25 e i 34 anni è in possesso di almeno una laurea, ed è un record mondiale, così come gli investimenti relativi alla ricerca scientifica. Oggi la Corea del Sud è un Paese all’avanguardia nell’economia della conoscenza e il suo Pil è quello che è cresciuto di più dopo quello della Cina. 

L’Italia, invece, vanta il minor numero di laureati fra i giovani di tutta l’area OCSE, con poche eccezioni. Quanto agli investimenti in ricerca e sviluppo, siamo fanalino di coda in Europa, con l’1,3% di investimenti rispetto al Pil, poco più della metà della media europea e mondiale, e meno di 1/3 rispetto a quella della Corea del Sud. 

Il ristagno dell’economia italiana dura almeno trent’anni. Un lasso di tempo a tal punto esteso che per una ripresa in piena regola bisognerebbe ripartire da condizioni di Paese in via di sviluppo. Tema ampiamente discusso da vari economisti negli anni ‘60. Una cosa però è l’analisi di un passato che ben si conosce, un’altra quella di cercare di ipotizzare un futuro prossimo denso di nebbie e incertezze. 

Va comunque riconosciuto che, a vantaggio del nostro Paese, vi è oggettivamente una struttura abbastanza solida e competitiva, che ha il suo fulcro nella capacità produttiva e nel risparmio privato che, pur colpito dal debito pubblico, rimane punto di riferimento del sistema economico. 

Al “comune mortale”, però, tutto questo, alla fine poco importa. Egli è semmai, e giustamente, interessato a che gli vengano offerte possibilità di arrivare ogni mese alla fine del mese, senza far mancare nulla ai propri cari, ben prima di ogni quotazione in borsa, regolamentazione, credito, capitalizzazione, governance, ecc… In una parola, credibilità. 

POLITICA ITALIANA, ILLUSIONE DI CREDIBILITA’

In un periodo che non ha precedenti nella storia del nostro Paese, le istituzioni fanno caso a sé, nel più che evidente disinteresse della volontà di un’intera nazione, ed espressione di un meccanismo ormai inceppato. 

di Roberto Roggero

Non si è mai parlato tanto di credibilità e politica come oggi, complice la situazione di pandemia, che ha gettato il Paese nel caos, nella totale assenza di punti di riferimento, e soprattutto di buon senso. Complice anche una certa stampa ufficiale, il cosiddetto “mainstream”, dal quale proviene disinformazione più che informazione vera e propria. 

Analizzando i criteri utilizzati dai media che selezionano la notizia, non sorprende che il significato del termine “credibilita” sia più che altro sinonimo di “crisi”, soprattutto se si considera che non pochi aggiungono il termine “irreversibile”. 

La credibilità dovrebbe essere il fondamento della vita politica di un Paese, di un ordinamento che si definisce a gran voce “democratico”, principio tanto abusato quanto latitante, in un’Italia malata, affetta da una patologia alla quale sembra sempre più difficile trovare rimedio. Tanto più che la perdita di credibilità ha un prezzo da pagare per l’intera collettività. 

Di esempi ce ne sono anche troppi, purtroppo, con politici che sono riusciti, inspiegabilmente (ma nemmeno tanto!) a passare attraverso gravi crisi di credibilità con scandali, magre figure, casi lampanti di malafede, incompetenza, superati senza conseguenze, e soprattutto facendosi beffa di quell’assunto, ormai senza significato, che campeggia nelle aule dei tribunali: “La Legge è uguale per tutti”, da sostituire con “La Legge dovrebbe essere uguale per tutti”.

Il problema si trasferisce quindi su un altro piano: assuefazione, distrazione dell’opinione pubblica, somministrazione di continue giustificazioni, e molto altro; o forse semplicemente l’emergere, e l’affermarsi, di un nuovo concetto politico: la credibilità non è più così necessaria come un tempo. 

Per tentare di arrivare a una risposta soddisfacente, bisogna quindi chiedersi che cosa è la credibilità. Secondo il dizionario della lingua italiana: “la possibilità che qualcuno venga creduto”. Ed è questo il nocciolo della questione, perché qualcuno è ritenuto credibile se agisce secondo onestà, rettitudine, fede all’impegno, trasparenza, e altre belle parole, che rimangono sulla carta. 

Il ben noto Aristotele, nella “Retorica”, sostiene che normalmente si è portati a credere per istinto a una persona onesta, specialmente nelle occasioni in cui è richiesta opinabilità più che certezza. Il filosofo, pur ricco di buone intenzioni, probabilmente sapeva per primo che tale affermazione non può essere ritenuta universalmente giusta, semmai lo è solo in parte. La credibilità non è una qualità soggettiva morale di una persona, ma qualcosa che si attribuisce in virtù delle azioni, e viene riconosciuta dagli altri. Quindi non è certo innata, come il concetto di rispetto, che deve essere guadagnato, non certo dovuto. In ogni caso non prescinde dalle qualità personali, che pur ne sono fondamento, ma nasce e si afferma in seguito a una relazione, a un rapporto. Inoltre, non è possibile, per definizione, essere credibili in senso generale, ma sempre per qualcuno, e mai per tutti. Di conseguenza, credibilità e fiducia possono essere considerate due aspetti di una stessa relazione sociale. 

Colui che si propone come “individuo credibile”, dovrebbe chiedersi: “Che cosa devo fare per essere credibile?”, mentre dall’altra parte, dovrebbe essere formulata la domanda: “Posso credergli?”. Partendo quindi dal piano personale, l’individuo che esercita la politica nella Res Publica, deve avere il requisito fondamentale della credibilità verso sé stesso, ovvero: “Se mi vedessi dall’esterno, mi crederei?”

Stando così le cose, si può creare un baratro insanabile fra l’immagine di sé che un individuo cerca di costruire attraverso determinate azioni, e la credibilità che si è disposti a riconoscergli. 

Chi appare credibile per alcuni, può non esserlo per altri o, almeno, può non esserlo per le stesse ragioni. Nei fatti: i sostenitori ritengono il proprio leader una persona dotata di qualità eccezionali, mentre i delatori lo considerano un esaltato, indegno anche di prendersi cura di un canile municipale. 

Dal momento che il principio di credibilità non è una qualità soggettiva e personale, ma una pretesa avanzata nelle relazioni sociali, è necessario riconoscere che comunque deve essere sempre costruita mattone per mattone. Per questo, l’individuo che esercita la politica, istintivamente tende a enfatizzare, e soprattutto manipolare, i segnali della propria credibilità, per raccogliere più consenso possibile. 

A questo punto, la credibilità appare sempre più come una sorta di scommessa. Una scommessa molto rischiosa, in particolare nel contesto attuale, dove appartenenze e riferimenti politici sono manifestamente aleatori. 

In politica, la credibilità è alimentata da due forme di relazione: un rapporto in senso, per così dire, “verticale”, fra cittadini e rappresentanti politici; e un rapporto “orizzontale” fra un insieme di individui parte di uno stesso schieramento, che dovrebbero avere obiettivi comuni. Da questo quadro, nasce un ulteriore problema: la necessità di figure di riferimento per l’esercizio della democrazia, e la necessità di stabilire principi comunitari. Oggi il problema che ci si trova di fronte è proprio questo: quali figure di riferimento? Quale comunità? Di conseguenza: quale credibilità, se questa stessa ha contorni sempre meno definiti, in uno scenario dove governanti e governati sono su sponde opposte, separati da un oceano culturale e sociale? Il problema non è tanto il fatto che gli errori dovrebbero insegnare, quanto che non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. 

Il noto sociologo Joshua Meyrowitz ha osservato, a questo proposito, che nelle società liberal-democratiche i leader politici non hanno scelta: devono sottostare alla legge della visibilità attraverso i media. Gli fa eco lo scrittore Christian Salmon, che ha introdotto il concetto di “story telling” applicato alla politica, e che ha notato come, per la classe politica attuale, esista una sorta di relazione di proporzionalità inversa fra posizioni effettive in un organismo di governo, e la presenza sui media: tanto minore è il controllo delle prime, tanto più intensa deve essere la seconda. 

La visibilità è ormai un imperativo nella “democrazia mediatica”, a cui non ci si può più sottrarre. Questo è il motivo principale che spiega perché esistano, o siano esistiti nel recente passato, leader politici che prima di scendere in campo si sono assicurati il controllo dell’informazione. Da qui ne deriva il metro di misura della credibilità nell’azione di governo, e la spia di come sia diventata un’arte sopraffina la comunicazione di massa, potentissima arma nell’influenzare l’opinione. La credibilità non riguarda più esclusivamente la competenza politica o l’abilità nell’argomentare, ma la totalità delle caratteristiche personali. In questo spostamento acquista rilevanza la dimensione del rapporto fra cittadino e leader. 

Quali sono i rischi di questo rapporto? Di certo è possibile, in teoria, osservare più da vicino l’azione di un individuo nella sua azione politica, il quale però non può essere in grado di tastare, in tempo reale, il polso della reazione che il suo comportamento genera nella pubblica opinione. 

Il rischio è che l’esposizione, attraverso media e social-media, contribuisca a un drastico calo della considerazione del proprio ruolo, poiché porta alla luce ciò che prima era confinato nel “dietro le quinte”. In sostanza, un’arma a doppio taglio. 

La visibilità mediatica può produrre un profitto in termini di notorietà, ma espone al tempo stesso il leader al rischio di un limitato controllo della propria immagine. Una dichiarazione inappropriata risulta immediatamente controproducente, senza possibilità di recupero, con conseguenze negative in termini di consenso. In poche parole, si ribadisce il concetto hegeliano: “Nessuno è un grande uomo per il suo cameriere”. Quando i “camerieri” sono svariati milioni di cittadini (elettori), il rischio e direttamente proporzionale. 

Come ha osservato il sociologo Niklas Luhmann, la credibilità si basa necessariamente su informazioni preliminari, riguardanti il soggetto che si propone come credibile, senza la quale non si otterrebbe alcuna fiducia ma, al tempo stesso, contiene sempre una incognita, limite e rischio costitutivo. Per questo la credibilità, non solo in politica, necessita di continuo riscontro. 

Nel contesto italiano possiamo ricordare la affermazione di Luigi Di Maio quale riferimento politico del Movimento 5 Stelle, poi ratificata a grande maggioranza dalla cosiddetta “piattaforma Rousseau” oppure, in precedenza, la lunga sequenza di dignitari indicati più o meno esplicitam nente da Berlusconi, poi rivelatosi una sorta di Conte Ugolino che divora i propri figli. 

Della credibilità fa parte anche la indubbia capacità di creare, e costruire ad arte, il proprio nemico, e relativa credibilità: creare un’immagine negativa dell’avversario, e quindi smontarla pezzo per pezzo, secondo tempi e modi prestabliti. 

Anche in questo caso di esempi ce ne sono a non finire. Uno per tutti, l’elezione politica 1994, con discesa in campo di Berlusconi. Un punto di svolta che ha segnato un percorso da allora sempre più in discesa. Arrivando alle elezioni politiche più recenti, nel 2018, abbiamo assistito all’affermarsi del metodo cosiddetto “Hate Speech”, ovvero lo screditare senza pause il proprio avversario. Una tecnica finemente messa a punto soprattutto dagli esperti al servizio di Berlusconi, il quale ha inondato l’opinione pubblica di epiteti come “Nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi” (riferito ai 5Stelle); oppure un Alessandro Di Battista che, prima della formazione del governo giallo-verde, si è rivolto all’alleato Salvini, dicendo che era come il cagnolino Dudù di Berlusconi. Per non parlare dell’ormai famoso appellativo “psiconano” affibbiato da Grillo al Cavaliere, così come quelli che il “garante” dei 5Stelle ha rivolto a Matteo Renzi: “minorato morale”, “il nulla che parla”, “pollo che si crede un’aquila”. Come risposta, dal fronte opposto, per conto del PD, il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha riunito Di Maio, Di Battista e Fico definendoli “tre mezze pippe”. Decisamente deprimente. 

Il fatto è che non è certo compito di chi fa comunicazione dare il diploma di “Dottore in Credibilità”, ma non dovrebbe esserlo soprattutto per chi fa politica: tale riconoscimento non può essere unilaterale e asimmetrico, dalla base al vertice e dalla periferia al centro, ma deve assumere un carattere di reciprocità, soprattutto quando la governance di uno Stato dimostra, fin troppo evidentemente, caratteri di “stanchezza”, per non dire di totale esaurimento. 

La politica italiana sta mostrando il lato peggiore, che guarda solo all’autoconservazione. Tutti si muovono in difesa di una poltrona, di una posizione, di un pezzo di potere. I richiami all’interesse del Paese sono letteralmente strumentalizzati per una scelta di parte sempre più contorta, con manifestazioni di palese presa in giro della comunità pubblica. Prova ne sia il fatto che sia possibile, per un qualsiasi rappresentante di governo, decidere di uscire dal proprio schieramento e dare vita a un nuovo fronte politico, di fatto autorizzato a sedere in Parlamento. Secondo i principi di quella che dovrebbe essere la democrazia, certo è possibile staccarsi dalla propria lista, ma prima di sentirsi autorizzati a partecipare all’azione di governo, il nuovo schieramento dovrebbe essere legittimato dal voto dei cittadini. E ormai da tempo, purtroppo, non è più così. Intanto, il Paese continua a soffrire per la ormai cronica incapacità di fornire le risposte che servono. 

Al danno si aggiunge poi la beffa, se si considera l’informazione e la disinformazione, a getto continuo, e costante ricerca di una parte allineata della stampa, pronta a prestarsi al gioco per conservare posizioni, o appropriarsi di nuove, in uno scenario sempre meno caratterizzato dalla preparazione e dalla meritocrazia.