DRAGHI IL MENZOGNERO: I DATI E I NUMERI INVENTATI E RACCONTATI IN PARLAMENTO.

FONTE: Thomas Fazi (L’Anridiplomatico)

Il 20 ottobre, rispondendo alle critiche del deputato Pino Cabras, Mario Draghi ha difeso l’introduzione dell’obbligo del green pass per tutti i lavoratori letteralmente inventandosi di sana pianta tutta una serie di dati e di numeri. 
Stavolta le bugie sparate da Draghi erano così grosse – anche rispetto alla media a cui ci ha abituato il nostro beneamato leader – che persino Pagella Politica (PP) ha sentito il bisogno di smontarle una a una (link nei commenti). Cosa ha detto Draghi, allora? 

La prima menzogna che ha detto (e che ci sentiamo ripetere da giorni a reti unificate su tutti i media) è quella secondo cui il green pass avrebbe determinato un’impennata nelle vaccinazioni. Peccato che – come fa notare PP e come diciamo da tempo -, anche accettando la premessa inaccettabile secondo cui obbligare surrettiziamente la gente a vaccinarsi per mezzo del green pass sia accettabile, la realtà sia diametralmente opposta: ad agosto si facevano circa 120mila prime dosi di vaccino al giorno; in seguito all’introduzione del green pass, si assiste a un tracollo verticale delle vaccinazioni che nel tempo è leggermente rallentato, assestandosi sulle circa 60mila prime dosi di vaccino al giorno di oggi. Praticamente la metà del periodo antecedente all’introduzione del GP. Alla faccia dello stimolo alla vaccinazione. Come commenta eufemisticamente PP: «I conti non tornano». E non tornano no. Insomma, il green pass fallisce anche rispetto ai suoi stessi obiettivi. 

La seconda favoletta di Draghi – ancora più clamorosa – è quella secondo cui grazie al green pass i morti per Covid-19 sarebbero calati del «94 per cento», i ricoveri del «95 per cento» e le ospedalizzazioni del «92 per cento». Qui siamo al surrealismo puro. Come scrive PP: «Queste percentuali non trovano riscontro nei numeri registrati dal 16 settembre in poi. Non sono però dati inventati: fanno riferimento alle stime dell’Istituto superiore di sanità (ISS) sull’efficacia dei vaccini nel ridurre il rischio di morte e ricovero nei vaccinati. … I dati dell’ISS sull’efficacia dei vaccini mostrano che la campagna vaccinale ha avuto un forte impatto sulla riduzione di ricoveri e ospedalizzazioni, ma è scorretto lasciare intendere che questi risultati siano integralmente merito dell’estensione dell’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro [e anzi si potrebbe sostenere il contrario, nella misura in cui il green pass ha rallentato la campagna vaccinale]». Insomma, Draghi ha preso dei dati veri ma li ha poi utilizzati per tracciare una correlazione inesistente con il green pass. A questo punto viene anche il dubbio su dove finisca la malafede e dove inizi il riconglionimento senile.

 Che dire? Viva i competenti! 😂😂😂

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Depotenziare il green pass. A settembre, scontro tra le forze politiche

Fonte: Huffpost

Introdotto il green pass parte la corsa a smontarlo. Una strana coalizione formata da sindacati, Lega e parte del Movimento 5 stelle annuncia battaglia. Il mirino è fissato su settembre, quando il decreto arriverà in Parlamento per essere convertito in legge, e le pressioni per modificarlo già si affastellano sulla scrivania di Palazzo Chigi. È partito Maurizio Landini: “Non è accettabile introdurre una logica punitiva e sanzionatoria nei confronti di chi lavora”, tuona il segretario generale della Cgil, che oggi insieme alle altre parti sociali ha incontrato il ministro del Lavoro Andrea Orlando. L’obiettivo immediato sono le sanzioni per chi accede alle mense aziendali – equiparate agli altri punti di somministrazione di cibo – senza il certificato verde, il pensiero sul medio periodo è al pacchetto lavoro che il governo vuole varare scavallato il Ferragosto. 

Parlamento italiano

Il lavoro dell’esecutivo ha subito un rallentamento, complici le ferie estive, ma si ragiona sull’opportunità di fissare dei paletti anche per le aziende, soprattutto quelle che impiegano centinaia o migliaia di lavoratori, e per chi è costretto a stare a stretto contatto con il pubblico. Il quadro non è ancora chiaro, e una fonte del governo spiega che “se la campagna vaccinale mantiene il suo ritmo di marcia e sarà ragionevole prevedere entro fine settembre l’80% della popolazione vaccinata potrebbero non essere necessari interventi”. La materia è delicata e complessa, ma Landini mette le mani avanti: “Sia chiaro, il sindacato sta invitando tutti i lavoratori a vaccinarsi e non abbiamo nulla di principio contro il green pass, ma se il governo pensa che il vaccino debba essere obbligatorio, lo dica e approvi una legge. Abbiano il coraggio di farlo! Non si può pensare di raggiungere il medesimo obiettivo in maniera surrettizia, a danno di chi lavora”.

Deputati in seduta parlamentare

Schermaglie di una battaglia che vede Confindustria schierarsi sul fronte opposto, favorevole a un’applicazione estensiva del lasciapassare. Orlando ha incontrato venerdì scorso il collega Roberto Speranza, con il quale hanno iniziato a fare il punto della situazione in vista di settembre. Da Palazzo Chigi si monitora con attenzione la situazione, e raccontano che Draghi si stia muovendo con i piedi di piombo: il premier non vuole procedere attraverso forzature, vuole far maturare un punto di caduta affinché la soluzione che si troverà non risulti un’imposizione.

Ma il capo del Governo deve guardarsi anche sul fronte scuola. Lega e Movimento 5 stelle annunciano un fuoco di sbarramento soprattutto sulle sanzioni al momento previste per docenti e personale che rifiuteranno l’utilizzo del green pass, fissate nel decreto in sospensione dallo stipendio dopo cinque giorni di assenza. 

A muoversi tra le fila dei vecchi alleati non carneadi, ma i sottosegretari mandati a marcare Patrizio Bianchi. Apre le danze Rossano Sasso, esponente del Carroccio: “Occorre una riflessione politica sul carattere impositivo della norma. Siamo sicuri che sospendere i docenti sprovvisti di green pass e lasciarli senza stipendio sia la mossa giusta? Siamo proprio certi che i dirigenti scolastici abbiano mezzi e uomini per trasformarsi anche in vigilanti, pena essere sanzionati anche loro?”. Il sottosegretario spiega che la Lega è “al lavoro per migliorare il testo”, un modo educato per dire che via Bellerio pretende di cambiarlo. E dopotutto dalle camicie verdi arrivano anche segnali di vicinanza alla battaglia di Landini sulle mense aziendali, segno che il percorso parlamentare del testo sarà tutt’altro che tranquillo.

Tanto più che a queste posizioni si saldano quelle di una robusta parte del Movimento 5 stelle: “Ritengo che le sanzioni pecuniarie contro i dirigenti scolastici e il personale scolastico siano un accanimento”, rilancia la sottosegretaria a viale Trastevere Barbara Floridia. Che aggiunge: “Sono favorevole al green pass e anche al fatto che si debbano prendere provvedimenti per omesso controllo o per assenza del green pass. Ma non con le sanzioni amministrative. Ci sono tanti metodi. È davvero troppo sospendere i docenti e il personale Ata e togliere lo stipendio a chi dopo cinque giorni”. Floridia propone un semplice cambio di mansione, che Sacco però non condivide. Entrambi tuttavia puntano a ridimensionare la portata del provvedimento varato appena la settimana scorsa. A settembre sarà battaglia.

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https://cataniacreattiva.it/depotenziare-il-green-pass-a-settembre-scontro-tra-le-forze-politiche/

Massimo Cacciari: la Sinistra e le nefandezze sulla MPS

di Marzia MC Chiocchi

La contingenza del momento e la necessità di trovare soluzioni per mantenere in essere i nostri diritti e le nostre libertà, fanno si che pensiero e azione comune siano concentrati sulle questioni green pass e sieri. E così, commettiamo un grande errore di valutazione, non pensando che i nostri politicanti da 4 soldi, stanno tramando su ben altre e gravi questioni, tra le quali il sistema bancario. Tra queste la questione Monte dei Paschi di Siena, tornata alla ribalta della cronaca, per una sorta di terremoto scatenatosi negli ultimi giorni, di cui potrete leggere nell’articolo a seguire. Ricordiamo che nelle sabbie mobili della vicenda MPS, e’ ancora impantanata la morte di David Rossi avvenuta a Siena il 6 marzo 2013, quando Rossi, capo della comunicazione della banca, venne trovato cadavere sulla strada su cui si affacciava il suo ufficio presso Rocca Salimbeni.[1][2] Sulla vicenda ha indagato la procura di Siena. Precedentemente erano già state svolte altre due indagini, che erano arrivate alla conclusione che si trattasse di un suicidio, ma molti elementi non sono mai stati chiariti. Tra le dodici telecamere presenti, soltanto da una sono stati presi dei video per accertare i fatti.[5] E come nella migliore tradizione di collusione investigativa, facciamo finta di credere al suicidio, a cui possono attaccarsi solo i traditori della propria Coscienza e rinnegatori della propria Anima. Gli onesti fautori della Verità, continueranno a lavorare sul dubbio in cui e’ avvolto il “caso”, additando, com’è giusto che sia, un’ intera classe politica e…..non solo!

👇👇👇FONTE: La PekoraNera👇👇

Gli scheletri nell’armadio della sinistra tirati fuori e fatti venire alla luce da Massimo Cacciari. Negli ultimi giorni la storia del possibile acquisto del Monte dei Paschi di Siena da parte di Unicredit ha scatenato enormi polemiche, visto che Pier Carlo Padoan è l’attuale presidente dell’istituto di credito è stato ministro dell’economia dal 22 febbraio 2014 al 1 giugno 2018 nei governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Cacciari parla del problema Siena partendo dalla candidatura di Enrico Letta nelle elezioni suppletive: «Per forza doveva candidarsi. Può il leader del Partito Democratico restare fuori dal Parlamento? No. Caso Monte Paschi? Ma non è certo di oggi. Non c’è un leader di Centrosinistra che abbia più di 30 anni che non conosca vita, morte e miracoli delle nefandezze compiute dalla sinistra e anche da altri a Siena da un secolo a questa parte. È  il segreto di Pulcinella. Qualunque persona che faccia politica a sinistra o nel Centrosinistra e che abbia almeno 50-60 anni conosce la ‘fogna’ di Siena», riporta Il Tempo.

«L’ammanigliamento totale – spiega meglio Cacciari ad affariitaliani.it – tra il potere finanziario e le strutture politiche e sociali della città. L’unica eccezione sono i quartieri del Palio, che si sono sempre arrangiati per conto loro. Nulla di nuovo. Sono successe – evidenzia il filosofo ed ex sindaco di Venezia – cose analoghe anche in Germania e negli Stati Uniti. Il capitalismo attuale prevede una totale simbiosi tra i grandi poteri della finanza e la politica. Sbaglio o l’ex Cancelliere tedesco di sinistra Schroeder andò a guidare il colosso russo del petrolio? E allora, di che cosa stiamo parlando? Sono argomenti che spiego da tempo e che vado in giro a predicare da anni, poi ci si stupisce di cose ovvie».

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SVIZZERA ALLE URNE PER DECIDERE SE METTERE FRENO ALLA POLITICA SUL CORONAVIRUS

La Redazione

I poteri del governo di limitare la vita pubblica a causa della pandemia sono il tema della votazione federale in programma il prossimo 13 giugno. Un gruppo di cittadini ha lanciato un referendum contro la cosidetta ” Legge Covid” approvata dal parlamento lo scorso settembre. La Svizzera e’ uno dei primi paesi al mondo a dare ai suoi cittadini la possibilita’ di esprimersi sulla base legale introdotta per gestire la crisi del coronavirus. La legge e’ limitata fino al 31 dicembre 2021 e conferisce al governo la facolta’ di reintrodurre lo stato di emergenza qualora necessario, ma solo dopo essersi consultato con il Parlamento, le autorita’ dei 26 Cantoni, le organizzazioni padronali e i sindacati. Se respinta dai votanti alle urne, la legge e i suoi emendamenti sarebbero obsoleti nel giro di tre mesi, ovvero a settembre. Questo, perche’ le attuali misure, sono coperte dallo stato di emergenza di 12 mesi.

Quali sono i principali argomenti pro e contro la legge?

Gli oppositori ritengono che la legge sia superflua e che la maggior parte delle misure possa essere introdotta senza conferire poteri speciali al governo. Sono inoltre preoccupati che il testo possa rappresentare un pericoloso precedente, permettendo all’esecutivo di imporre in futuro, un regime autoritario. Oltre a questa opposizione di carattere generale, vi e’ un fondamentale scetticismo nei confronti della politica governativa di vaccinazione. I promotori del referendum, accusano le autorita’ di ignorare le potenziali controindicazioni per la salute, delle iniezioni. Un’altra parte degli oppositori, protesta contro quelle che vengono ritenute arbitrarie misure anticovid. Gli oppositori alla legge, inoltre, ritengono che, il numero limitato di decessi provocati dalla pandemia, non giustifichi la chiusura temporanea di negozi, ristoranti, le restrizioni della liberta’ di riunione o l’obbligo di indossare la mascherina.

Per chi sostiene la legge, invece, il testo e’ un passo necessario in linea con una clausola elvetica sulla legge per le epidemie, che vuole che i provvedimenti governativi sulle epidemie, debbano passare al vaglio del parlamento entro 6 mesi. Tutto cio’ darebbe maggiore sicurezza alla popolazione e alle aziende.

Perché i cittadini possono dire la loro?

Nel sistema della democrazia diretta svizzera, una decisione parlamentare puo’ essere impugnata e sottoposta a voto popolare, se almeno 50.000 firme valide, sono faccolte entro 100 giorni dall’approvazione del Parlamento. La Svizzera e’ il primo Paese al mondo a sottoporre le norme legate al Covid a voto popolare a livello nazionale. Un tale referendum e’ parte integrante del suo sistema politico, che da’ ai cittadini il diritto di voto su una legge e i suoi emendamenti. Non ci sono votazioni direttamente comparabili nella recente storia referendaria svizzera, anche se qualcosa di simile e’ avvenuto nel 2005 per la moratoria sull’uso di organismi geneticamente modificati in agricoltura.

Fonte: SEI SWISSINFO.CH

POLITICA ITALIANA, ILLUSIONE DI CREDIBILITA’

In un periodo che non ha precedenti nella storia del nostro Paese, le istituzioni fanno caso a sé, nel più che evidente disinteresse della volontà di un’intera nazione, ed espressione di un meccanismo ormai inceppato. 

di Roberto Roggero

Non si è mai parlato tanto di credibilità e politica come oggi, complice la situazione di pandemia, che ha gettato il Paese nel caos, nella totale assenza di punti di riferimento, e soprattutto di buon senso. Complice anche una certa stampa ufficiale, il cosiddetto “mainstream”, dal quale proviene disinformazione più che informazione vera e propria. 

Analizzando i criteri utilizzati dai media che selezionano la notizia, non sorprende che il significato del termine “credibilita” sia più che altro sinonimo di “crisi”, soprattutto se si considera che non pochi aggiungono il termine “irreversibile”. 

La credibilità dovrebbe essere il fondamento della vita politica di un Paese, di un ordinamento che si definisce a gran voce “democratico”, principio tanto abusato quanto latitante, in un’Italia malata, affetta da una patologia alla quale sembra sempre più difficile trovare rimedio. Tanto più che la perdita di credibilità ha un prezzo da pagare per l’intera collettività. 

Di esempi ce ne sono anche troppi, purtroppo, con politici che sono riusciti, inspiegabilmente (ma nemmeno tanto!) a passare attraverso gravi crisi di credibilità con scandali, magre figure, casi lampanti di malafede, incompetenza, superati senza conseguenze, e soprattutto facendosi beffa di quell’assunto, ormai senza significato, che campeggia nelle aule dei tribunali: “La Legge è uguale per tutti”, da sostituire con “La Legge dovrebbe essere uguale per tutti”.

Il problema si trasferisce quindi su un altro piano: assuefazione, distrazione dell’opinione pubblica, somministrazione di continue giustificazioni, e molto altro; o forse semplicemente l’emergere, e l’affermarsi, di un nuovo concetto politico: la credibilità non è più così necessaria come un tempo. 

Per tentare di arrivare a una risposta soddisfacente, bisogna quindi chiedersi che cosa è la credibilità. Secondo il dizionario della lingua italiana: “la possibilità che qualcuno venga creduto”. Ed è questo il nocciolo della questione, perché qualcuno è ritenuto credibile se agisce secondo onestà, rettitudine, fede all’impegno, trasparenza, e altre belle parole, che rimangono sulla carta. 

Il ben noto Aristotele, nella “Retorica”, sostiene che normalmente si è portati a credere per istinto a una persona onesta, specialmente nelle occasioni in cui è richiesta opinabilità più che certezza. Il filosofo, pur ricco di buone intenzioni, probabilmente sapeva per primo che tale affermazione non può essere ritenuta universalmente giusta, semmai lo è solo in parte. La credibilità non è una qualità soggettiva morale di una persona, ma qualcosa che si attribuisce in virtù delle azioni, e viene riconosciuta dagli altri. Quindi non è certo innata, come il concetto di rispetto, che deve essere guadagnato, non certo dovuto. In ogni caso non prescinde dalle qualità personali, che pur ne sono fondamento, ma nasce e si afferma in seguito a una relazione, a un rapporto. Inoltre, non è possibile, per definizione, essere credibili in senso generale, ma sempre per qualcuno, e mai per tutti. Di conseguenza, credibilità e fiducia possono essere considerate due aspetti di una stessa relazione sociale. 

Colui che si propone come “individuo credibile”, dovrebbe chiedersi: “Che cosa devo fare per essere credibile?”, mentre dall’altra parte, dovrebbe essere formulata la domanda: “Posso credergli?”. Partendo quindi dal piano personale, l’individuo che esercita la politica nella Res Publica, deve avere il requisito fondamentale della credibilità verso sé stesso, ovvero: “Se mi vedessi dall’esterno, mi crederei?”

Stando così le cose, si può creare un baratro insanabile fra l’immagine di sé che un individuo cerca di costruire attraverso determinate azioni, e la credibilità che si è disposti a riconoscergli. 

Chi appare credibile per alcuni, può non esserlo per altri o, almeno, può non esserlo per le stesse ragioni. Nei fatti: i sostenitori ritengono il proprio leader una persona dotata di qualità eccezionali, mentre i delatori lo considerano un esaltato, indegno anche di prendersi cura di un canile municipale. 

Dal momento che il principio di credibilità non è una qualità soggettiva e personale, ma una pretesa avanzata nelle relazioni sociali, è necessario riconoscere che comunque deve essere sempre costruita mattone per mattone. Per questo, l’individuo che esercita la politica, istintivamente tende a enfatizzare, e soprattutto manipolare, i segnali della propria credibilità, per raccogliere più consenso possibile. 

A questo punto, la credibilità appare sempre più come una sorta di scommessa. Una scommessa molto rischiosa, in particolare nel contesto attuale, dove appartenenze e riferimenti politici sono manifestamente aleatori. 

In politica, la credibilità è alimentata da due forme di relazione: un rapporto in senso, per così dire, “verticale”, fra cittadini e rappresentanti politici; e un rapporto “orizzontale” fra un insieme di individui parte di uno stesso schieramento, che dovrebbero avere obiettivi comuni. Da questo quadro, nasce un ulteriore problema: la necessità di figure di riferimento per l’esercizio della democrazia, e la necessità di stabilire principi comunitari. Oggi il problema che ci si trova di fronte è proprio questo: quali figure di riferimento? Quale comunità? Di conseguenza: quale credibilità, se questa stessa ha contorni sempre meno definiti, in uno scenario dove governanti e governati sono su sponde opposte, separati da un oceano culturale e sociale? Il problema non è tanto il fatto che gli errori dovrebbero insegnare, quanto che non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. 

Il noto sociologo Joshua Meyrowitz ha osservato, a questo proposito, che nelle società liberal-democratiche i leader politici non hanno scelta: devono sottostare alla legge della visibilità attraverso i media. Gli fa eco lo scrittore Christian Salmon, che ha introdotto il concetto di “story telling” applicato alla politica, e che ha notato come, per la classe politica attuale, esista una sorta di relazione di proporzionalità inversa fra posizioni effettive in un organismo di governo, e la presenza sui media: tanto minore è il controllo delle prime, tanto più intensa deve essere la seconda. 

La visibilità è ormai un imperativo nella “democrazia mediatica”, a cui non ci si può più sottrarre. Questo è il motivo principale che spiega perché esistano, o siano esistiti nel recente passato, leader politici che prima di scendere in campo si sono assicurati il controllo dell’informazione. Da qui ne deriva il metro di misura della credibilità nell’azione di governo, e la spia di come sia diventata un’arte sopraffina la comunicazione di massa, potentissima arma nell’influenzare l’opinione. La credibilità non riguarda più esclusivamente la competenza politica o l’abilità nell’argomentare, ma la totalità delle caratteristiche personali. In questo spostamento acquista rilevanza la dimensione del rapporto fra cittadino e leader. 

Quali sono i rischi di questo rapporto? Di certo è possibile, in teoria, osservare più da vicino l’azione di un individuo nella sua azione politica, il quale però non può essere in grado di tastare, in tempo reale, il polso della reazione che il suo comportamento genera nella pubblica opinione. 

Il rischio è che l’esposizione, attraverso media e social-media, contribuisca a un drastico calo della considerazione del proprio ruolo, poiché porta alla luce ciò che prima era confinato nel “dietro le quinte”. In sostanza, un’arma a doppio taglio. 

La visibilità mediatica può produrre un profitto in termini di notorietà, ma espone al tempo stesso il leader al rischio di un limitato controllo della propria immagine. Una dichiarazione inappropriata risulta immediatamente controproducente, senza possibilità di recupero, con conseguenze negative in termini di consenso. In poche parole, si ribadisce il concetto hegeliano: “Nessuno è un grande uomo per il suo cameriere”. Quando i “camerieri” sono svariati milioni di cittadini (elettori), il rischio e direttamente proporzionale. 

Come ha osservato il sociologo Niklas Luhmann, la credibilità si basa necessariamente su informazioni preliminari, riguardanti il soggetto che si propone come credibile, senza la quale non si otterrebbe alcuna fiducia ma, al tempo stesso, contiene sempre una incognita, limite e rischio costitutivo. Per questo la credibilità, non solo in politica, necessita di continuo riscontro. 

Nel contesto italiano possiamo ricordare la affermazione di Luigi Di Maio quale riferimento politico del Movimento 5 Stelle, poi ratificata a grande maggioranza dalla cosiddetta “piattaforma Rousseau” oppure, in precedenza, la lunga sequenza di dignitari indicati più o meno esplicitam nente da Berlusconi, poi rivelatosi una sorta di Conte Ugolino che divora i propri figli. 

Della credibilità fa parte anche la indubbia capacità di creare, e costruire ad arte, il proprio nemico, e relativa credibilità: creare un’immagine negativa dell’avversario, e quindi smontarla pezzo per pezzo, secondo tempi e modi prestabliti. 

Anche in questo caso di esempi ce ne sono a non finire. Uno per tutti, l’elezione politica 1994, con discesa in campo di Berlusconi. Un punto di svolta che ha segnato un percorso da allora sempre più in discesa. Arrivando alle elezioni politiche più recenti, nel 2018, abbiamo assistito all’affermarsi del metodo cosiddetto “Hate Speech”, ovvero lo screditare senza pause il proprio avversario. Una tecnica finemente messa a punto soprattutto dagli esperti al servizio di Berlusconi, il quale ha inondato l’opinione pubblica di epiteti come “Nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi” (riferito ai 5Stelle); oppure un Alessandro Di Battista che, prima della formazione del governo giallo-verde, si è rivolto all’alleato Salvini, dicendo che era come il cagnolino Dudù di Berlusconi. Per non parlare dell’ormai famoso appellativo “psiconano” affibbiato da Grillo al Cavaliere, così come quelli che il “garante” dei 5Stelle ha rivolto a Matteo Renzi: “minorato morale”, “il nulla che parla”, “pollo che si crede un’aquila”. Come risposta, dal fronte opposto, per conto del PD, il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha riunito Di Maio, Di Battista e Fico definendoli “tre mezze pippe”. Decisamente deprimente. 

Il fatto è che non è certo compito di chi fa comunicazione dare il diploma di “Dottore in Credibilità”, ma non dovrebbe esserlo soprattutto per chi fa politica: tale riconoscimento non può essere unilaterale e asimmetrico, dalla base al vertice e dalla periferia al centro, ma deve assumere un carattere di reciprocità, soprattutto quando la governance di uno Stato dimostra, fin troppo evidentemente, caratteri di “stanchezza”, per non dire di totale esaurimento. 

La politica italiana sta mostrando il lato peggiore, che guarda solo all’autoconservazione. Tutti si muovono in difesa di una poltrona, di una posizione, di un pezzo di potere. I richiami all’interesse del Paese sono letteralmente strumentalizzati per una scelta di parte sempre più contorta, con manifestazioni di palese presa in giro della comunità pubblica. Prova ne sia il fatto che sia possibile, per un qualsiasi rappresentante di governo, decidere di uscire dal proprio schieramento e dare vita a un nuovo fronte politico, di fatto autorizzato a sedere in Parlamento. Secondo i principi di quella che dovrebbe essere la democrazia, certo è possibile staccarsi dalla propria lista, ma prima di sentirsi autorizzati a partecipare all’azione di governo, il nuovo schieramento dovrebbe essere legittimato dal voto dei cittadini. E ormai da tempo, purtroppo, non è più così. Intanto, il Paese continua a soffrire per la ormai cronica incapacità di fornire le risposte che servono. 

Al danno si aggiunge poi la beffa, se si considera l’informazione e la disinformazione, a getto continuo, e costante ricerca di una parte allineata della stampa, pronta a prestarsi al gioco per conservare posizioni, o appropriarsi di nuove, in uno scenario sempre meno caratterizzato dalla preparazione e dalla meritocrazia.