IL NUOVO PANDELIRIO SU CARESTIE, FAME NEL MONDO E POVERTÀ E L’IPOCRISIA DEI GRANDI DELLA TERRA

di Marzia MC Chiocchi

Chi ha avuto il buon senso di leggere ciò che il Nuovo Ordine Mondiale ha scritto sulla ben nota Agenda 30 per divulgare i suoi progetti criminali contro l’umanità, sa che, archiviato il pandelirio, passerà al tema “emergenza climatica e fame nel mondo”, di cui i Tg hanno cominciato a parlare da 10 giorni a questa parte. Tutto e’ iniziato con la rediviva Greta e il suo fan club di ragazzi in preda ad ipnosi da Green Deal che, con slogan malamente urlati come tanti tarantolati, hanno sfilato per due o tre giorni fino a sparire nuovamente. Dopo aver svolto il loro compitino, le marionette da carillon, sono infatti rientrate nella loro scatola magica, pronte ad essere caricate per recitare, ancora una volta a soggetto, quando i Potenti lo riterranno opportuno. E così tra vuoti bla, bla, bla di una bimbetta manovrata dai poteri forti, e i mantra degli invertebrati politici, ecco il tentativo di generare il secondo pandemonio…QUELLO DEL CLIMA CHE, CON I SUOI CAMBIAMENTI…UDITE UDITE…SAREBBE LA SOLA CAUSA DI CARESTIE, FAME NEL MONDO, ALTA PERCENTUALE DI MORTALITÀ INFANTILE E POVERTA’

MA CREDETE VERAMENTE CHE QUESTA SIA LA VERA E UNICA CAUSA?

Vorrei soffermarmi su alcune considerazioni, sulle quali mi piacerebbe che si aprisse un dibattito, per far capire a chi non ricorda, che PARTE DEI POPOLI CHE VIVONO AI MARGINI DELLA SOCIETÀ MONDIALE, SONO SOGGIOGATI E IMPOVERITI DALLE MULTINAZIONALI, CHE HANNO FATTO ACCORDI CON I LORO POLITICI E DITTATORI, IN CAMBIO DI MANODOPERA A BASSO COSTO E SFRUTTAMENTO DI RISORSE E MATERIE PRIME DEL TERRITORIO. Da due giorni TV e giornali stanno trattando la nuova emergenza con estrema ipocrisia, facendo leva su quelle persone che non rifletteranno con la loro testa e crederanno a tutto quello che sarà detto dai media assoldati, perché venga trasmessa e fatta permeare, un’unica e sola versione dei fatti. La preghiera e’ di non incorrere nello stesso errore della narrazione da COVID, che ha reso poltiglia la materia grigia di molte…anzi…troppe persone!!!

Che l’Occidente basi la sua economia sul consumismo e’ un dato di fatto, che là dove c’e’ abbondanza ci sia spreco e’ un altro dato di fatto, e infine, che l’obesità sia una malattia dei paesi ricchi e’ un’altra certezza, ma che vogliano farci credere che la povertà del Terzo Mondo, sia colpa e danno determinato SOLO dai nostri comportamenti alimentari scellerati e dallo spreco senza giudizio, SIAMO IN MOLTI AD ESSERE IN PERFETTO DISACCORDO!

FACCIAMO QUALCHE ESEMPIO?

L’AFRICA perde ogni anno quasi 90 miliardi di dollari (75,8 miliardi di euro): soldi che, invece di essere spesi per l’istruzione, i servizi sanitari o l’economia in generale, finiscono per ingrossare i profitti delle multinazionali o conti correnti nei paradisi fiscali. Un’emorragia di capitali che, secondo la denuncia contenuta in un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sull’economia e lo sviluppo (Unctad), è pari alla somma degli investimenti diretti esteri e degli aiuti allo sviluppo che ogni anno arrivano nel continente.

Flussi finanziari delle multinazionali in Africa

La cifra comprende flussi finanziari di diversa provenienza.
Si va dalle fatture falsate, all’evasione ed elusione fiscale, fino alla corruzione e ai proventi dei traffici illeciti dalla droga agli esseri umani, dalle materie prime alle specie protette».
A riassumere così la situazione per OSSERVATORIO DIRITTI è Rahul Mehrotra, ricercatore al Graduate Institute di Ginevra, parte di un consorzio di università impegnate nel progetto “Ridurre i flussi finanziari illeciti dai paesi ricchi di risorse”, finanziato dalla Cooperazione Svizzera e dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica.

Esempi tipici di questo fenomeno sono la dichiarazione di un valore più basso delle merci per pagare meno imposte sull’esportazione, ma anche il trasfer pricing, la pratica attraverso le quali le multinazionali con sede in stati dalla fiscalità “benevola” concedono prestiti o vendono beni e servizi alle proprie filiali che operano negli altri paesi. Saldare quel debito o pagare quei beni e servizi significa assottigliare i profitti e quindi l’imponibile per le tasse richieste dai governi locali.

Sfuttamento risorse minerarie in Africa sotto accusa

Nel suo rapporto, l’Unctad evidenzia come 40 miliardi di dollari (33,6 miliardi di euro), circa il 45% del totale dei flussi finanziari illeciti dall’Africa, siano riconducibili al commercio di materie prime, soprattutto di oro. I canali seguiti per defraudare gli stati produttori delle entrate legate al metallo prezioso sono sostanzialmente due: la sottofatturazione delle quantità esportate e il contrabbando.

Uno studio condotto nell’ambito del progetto Curbing IFFS ha rivelato che tra il 2012 e il 2017 il valore dell’oro importato in Svizzera da Sudafrica, Mongolia e Burkina Faso è stato sottovalutato di almeno 21,7 miliardi di franchi svizzeri (circa 20 miliardi di euro). Una cifra che potrebbe celare un trasferimento illecito di fondi, anche se, sottolinea Mehrotra, «la mancanza di statistiche affidabili sulle transazioni rende difficile determinare se le discrepanze celino davvero un illecito e quale sia la sua entità».

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E’ l’Africa ad attrarre da sempre la maggior parte degli investimenti, occupando quasi 30 milioni di ettari, di cui ben il 64% per colture non alimentari. Anche l’Italia con alcune grandi imprese agroindustriali ed energetiche ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 paesi. La maggior parte si trovano in Romania e Africa (Gabon, Liberia, Etiopia, Senegal). Buona parte degli investimenti italiani riguardano la produzione di legname e fibre (circa 65%) e di biocarburanti Esiste una fascia di Paesi che il rapporto definisce ‘grigi’, contemporaneamente investitori e target. Come la Cina, che ha investito con 137 contratti per una superficie di 2 milioni e 900 mila ettari in oltre 30 paesi nel mondo, mentre è oggetto di 16 contratti di acquisizione e affitto per oltre 400 mila ettari. O l’India, oggetto di acquisizioni di terre con 13 contratti per 54 mila ettari ma, contemporaneamente, le sue imprese stanno investendo con 56 contratti per oltre 2 milioni di ettari in oltre 20 Stati.
Tutto cio’ che ho cercato di riassumere in questo articolo e’ convalidato dalla mia lunga esperienza in alcuni paesi africani, e non certo per villeggiatura e ne’al seguito di ONG, spesso realtà di apparato mangiasoldi. Ho conosciuto, invece associazioni libere da legami politici e partitici, capaci di realizzare per i popoli bisognosi progetti meravigliosi e concreti, senza necessità di mantenere strutture gerarchiche, che assorbono gran parte dei contributi, per mantenere dirigenti e lusso all’interno delle sedi centrali operative. Provate ad entrare nella sede della FAO a Roma e poi ditemi se tutto ciò che alberga all’interno, non trasudi ostentazione di un benessere che nulla ha a che fare con i poveri di cui si occupano!

Alla luce dei fatti, a noi popolo che lavora, vive e lotta, non sia fatta della morale spicciola! Cari PRIVILEGIATI ONOREVOLI, SENATORI E PORTABORSE DA 4 SOLDI DEI GRANDI UOMINI DELLA COSIDETTA “FRATELLANZA” (DEI MIEI STIVALI) MASSONICA, prendetevi le vostre enormi e stratosferiche responsabilità’, attori di malefatte coscienti e volute affinché le vostre tasche siano sempre ricolme di danaro. Comodo dare la colpa a noi gente del popolo! Che l’Africa e altri luoghi di estrema indigenza vivano nell’eterna urgenza di aiuto, vi fa comodo! Siete voi corrotti e farabutti mercanti di morte e dolore, ad aver voluto tutto questo! Per fortuna siamo in molti a sapere e comprendere, e faremo di tutto perché l’eco della Verità vinca sulla sporca menzogna, con cui amate fare proseliti tra gli inetti e i babbei che ancora vi credono! E la Chiesa di oggi, e specifico di oggi, nella quale molti non si riconoscono più’ dovrebbe denunciare i crimini massonici, anziché’ andarci a braccetto! Viva gli uomini di Dio che si occupano di ossigenare le anime degli afflitti, e condanna per coloro che, nella scala gerarchica ecclesiastica, sanno parlare solo di politica e economia!
VERGOGNATEVI! Alla prossima puntata!

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[Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, tra cui le fondatrici Marzia  Chiocchi di Mercurius5.it e Monica Tomasello di CataniaCreAttiva.it, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale]

LA SALUTE MINACCIATA (ANCHE) DAI VESTITI CHE INDOSSIAMO

di Marzia MC Chiocchi


La moda nacque principalmente per la necessità di coprirsi, e anche con precise funzioni di distinguere le varie classi sociali. Nei secoli, è stata prerogativa delle famiglie ricche, sopratutto per l’alto valore dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale.

L’abito ha da sempre rappresentato qualcosa di straordinario ed unico, capace di trasmettere emozioni e sensazioni in chi lo guarda e lo indossa. Ma, buona parte della moda, negli ultimi anni, non sembra rappresentare tutto questo al meglio.

La Fast Fashion

La globalizzazione è entrata prepotentemente anche in questo settore, come rilevato da studi economici e medici. Domanda e profitto, per stare al passo, hanno creato la cosiddetta Fast Fashion (moda veloce) che produce e vende capi economici, proponendone sempre di nuovi a ciclo continuo e a basso costo.

Sebbene appetibile sul mercato, intorno alla Fast Fashion c’è inconsapevolezza, sugli eventuali rischi per la loro salute. Dai rapporti sull’ambiente, l’industria della moda veloce sarebbe la seconda più inquinante al mondo per lo scarico di coloranti e sostanze chimiche utilizzate per la produzione.

Problemi alla pelle

Esempio di dermatite

Gli studi forniti dai dermatologi italiani, parlano di problemi alla pelle in aumento, ed in particolare di dermatiti. Da una classifica in percentuale, l’8% delle malattie dermatologiche italiane, dipenderebbe dal contatto con l’abbigliamento, di cui il 69,1% a causa degli accessori e il 14% delle calzature. Senza considerare i casi sospetti, non ancora accertati, che riguardano il 30%delle persone affette da malattie della pelle.

In questi anni sono cambiati coloranti e tipi di tessuto, e la nostra pelle, sottoposta a sostante tossiche, si sta ribellando, procurando dermatiti e forme allergiche che, entrando nel sangue, rimarranno per sempre nell’organismo, rendendolo così sensibile da svilupparne anche altre nel corso della vita.

Le sostanze più pericolose

Sostanze chimiche in laboratorio

Tra le sostanze più pericolose presenti nei capi d’abbigliamento, per i dermatologi, vi sono:

– La Colofonia, residuo solido ottenuto dalla distillazione della resina di varie conifere, da cui si ricava la trementina usata per produrre coloranti. La possiamo rilevare nei cerotti, nastri adesivi, colle, cosmetici, makeup up, matite, stick per labbra.

– Ammine aromatiche derivate dall’ammoniaca.

– Formaldeide. Negli abiti viene usata come antimuffa, e per evitare le pieghe sul tessuto. È sostanza facilmente identificabile quando, toccando la stoffa percepiamo una patina tra le dita. Risulta quindi fondamentale lavare i vestiti appena acquistati, preferibilmente senza ammorbidente in quanto, spesso, la formaldeide è presente anche in questo prodotto.

– Organostamici. Utilizzati per la produzione di poliestere.

 Ftalati. Composti chimici per la produzione, il modellamento e la flessibilità delle materie plastiche. Usati per le stampe in rilievo di maglie e felpe. Sono interferenti endocrini, che potrebbero alterare lo sviluppo ormonale.

I rischi per i bambini

Tanto più dannosi, se entrano in contatto con la pelle dei bambini, maggiormente a rischio perché tendono a sudare di più, favorendo la penetrazione degli allergeni a livello cutaneo. Per questo, dovrebbero indossare capi meno colorati, o, in ogni caso, meno frequentemente.

Alla luce di tutto ciò, dovremmo fare attenzione non solo a quello che mangiamo, ma anche a quello che indossiamo. I pericoli, infatti, arrivano anche dall’esterno, perché la nostra pelle non è una muta da sub, che funge da isolante, ma una spugna.


In ogni caso occorre rassicurare i consumatori, senza creare allarmismi. Le sostanze chimiche sono presenti in molti capi di vestiario ma non in tutti, e comunque è importante che le quantità siano a norma e non superino le percentuali di legge.

Scarsa informazione sulle etichette

Etichette per abitu

Le tutele per il settore tessile, In Italia e in Europa, esistono, però sono frammentarie. Oltre alle normative, una forma di controllo, dovrebbe essere rappresentata dalle etichette, ma non sempre è così, perché queste nascondono spesso insidie e raccontano troppo poco del vestiario. Più in generale, indicano solo il tipo di tessuto, la provenienza, e nient’altro.

In base ai dati forniti dall’ Import, il 15%dei capi che entrano nel nostro Paese, non avrebbe etichetta, e il 44% l’avrebbe sbagliata.

Sfruttamento in Asia

Nei paesi poveri i bambini vengono avviati al lavoro minorile incontrollato

Molte delle catene italiane ed europee producono nel continente asiatico, in Paesi con scarse normative sul settore. Buona parte dell’abbigliamento proveniente da quei luoghi – come capi supercolorati, blu o neri, molti elastici della biancheria intima, calze e gli oggetti metallici – presenterebbe dei rischi per la salute. Inoltre, il cotone, nonostante sia una fibra naturale, provenendo dall’Asia, potrebbe presentare sostanze allergiche, perché coltivato con pesticidi e insetticidi in quantitativi per noi fuori legge.

La Fast Fashion, così, si basa su cicli di produzione continui sempre più ravvicinati, per esportare più collezioni annuali a prezzi di concorrenza. Di fronte ad una tale situazione è quindi impensabile credere di confezionare l’abbigliamento seguendo percorsi sostenibili, che invece hanno un alto valore di mercato. Possiamo affermare, per questo, che il cinismo di determinati settori della moda è ancora più colpevole perché consapevole.

Shopping in aumento con la Fast Fashion

Lavoratori sfruttati e costretti a lavorare in condizioni precarie

Con l’avanzare della moda veloce, in termini di numeri, ogni anno, acquistiamo il 40% di abbigliamento in più rispetto a venti anni fa.

Il 97% viene prodotto nei Paesi in via di sviluppo, dove lavorano molti bambini dai dodici anni di età in su. Nel mondo, circa quarantamilioni di persone lavora solo nel settore tessile.

Quattromilioni solo in Bangladeshdistribuiti in circa cinquemila fabbriche per vari marchi occidentali. Gli operai sono costituiti per la maggior parte da donne, con salari minimi di tre dollari al giorno, che lavorano in luoghi fatiscenti anche a rischio crollo, mettendo in pericolo la propria vita.

Avido business anche quello della moda, che concentra la ricchezza in poche mani, ottenendo enormi ricavi, senza predisporre tutele per i più deboli e bisognosi. Ignora il valore della vita, e riduce migliaia di persone in una sorta di schiavitù moderna. Un business, anche questo, che è l’esempio lampante della globalizzazione fuori controllo.

Il buon esempio italiano

Marchio di alta qualita’

Ma nella nostra Italia, c’è anche del buono. I distretti del Nord-Ovest, Biella e dintorni, nonostante abbiano visto la chiusura di numerose piccole/medie aziende del tessile, stanno ancora resistendo grazie alle famiglie storiche che, da generazioni, producono filati.

Esse stanno percorrendo una strada in controtendenza, puntando solo all’altissima qualità, tutelando il filato, la tessitura e il prodotto, insieme ai lavoratori. Grazie alle loro possibilità economiche, le grandi famiglie, i cui nomi riecheggiano in tutto il mondo, con il vero Made in Italy, hanno investito in ricerca e tecnologia, per esportare il cashmere e la vigogna migliori, riservate solo agli acquirenti certamente più facoltosi, ma tutelando la filiera e i posti di lavoro di intere famiglie.

In conclusione, spendere poco per vestirsi bene, cambiando spesso abito, è diventata la norma per gran parte delle persone, e questo, problematiche e rischi sopraelencati a parte, è adesso il motivo del successo della Fast Fashion. La vera qualità quindi esiste, ma è riservata a chi se la può davvero permettere.

Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale]