I portuali di Trieste marceranno su Roma. Ultimatum al Governo: “Via Green Pass o blocchiamo l’Italia”

Se il 30 ottobre non otteniamo il ritiro del green pass bloccheremo tutta l’Italia. Lo annuncia Stefano Puzzer, leader del CLPT (Coordinamento lavoratori portuali Trieste). “Abbiamo parlato con un rappresentante di governo, andremo alla Camera e Senato e con noi vigili del fuoco, sanitari e giornalisti. Non andrò a lavorare fin quando non lo ritireranno”, ha aggiunto. “Userò il mio tempo per raccogliere le denunce dei lavoratori chiamati a lavorare, ma senza green pass”.

A Trieste si sta scrivendo la storia. Blocco del porto contro l’obbligo del passaporto sanitario per lavorare prosegue ad oltranza. Incontenibile entusiasmo dei lavoratori del porto e dei numerosi cittadini arrivati da tutta Italia: “La gente come noi non molla mai!” e “We are the champions!”, intonano in coro. Al momento gli unici che stanno facendo vera opposizione al Governo delle restrizioni“. È quanto scrive oggi Radio Genova sul suo profilo Twitter.

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[Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, tra cui le fondatrici Marzia  Chiocchi di Mercurius5.it e Monica Tomasello di CataniaCreAttiva.it, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale]

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SOLDI A PIOGGIA DA GOVERNO A TV E STAMPA PER FERMARE IL DISSENSO: l’esempio siciliano del protocollo “M”

Fonte: Marco Spada – il conservatore. It

L’uomo postmoderno è governato in ogni istante della sua vita dai numeri. Aliquote, percentuali, spread erano gli spettri che si aggiravano in tutto lo Stivale prima dell’era Covid. Oggi sono passati in secondo piano perché sono altri i numeri che amministrano il modus vivendi di ognuno di noi. Questi dati sono erogati con modalità differenti, più devastanti e pervasive, poiché si tratta di numeri riguardanti la vita di nostri concittadini.

Ricordate i soloni delle 18:00 durante il primo confinamento tenuti da Angelo Borrelli, ovvero il capo della Protezione Civile? Numeri su numeri, picco ancora distante, un’emergenza perenne. Questo modo di rappresentare la realtà avrebbe dovuto far scattare un allarme in testa a qualcuno, ma soltanto i veri lettori di Orwell sono riusciti a recepire il messaggio.

Difatti sono i numeri, con parametri modificati ad hoc spesso senza un’apparente logicità, a definire come dovremo affrontare il domani. La zona gialla fino a qualche mese fa sarebbe scattata con una percentuale più alta di ricoveri, oggi basterebbe che le terapie intensive fossero occupate per il 10% della loro capienza. Dunque un numero irrisorio e assolutamente non critico. Però tanto basta per dividere le famiglie numerose in due tavoli differenti all’aperto e sarebbe meglio tralasciare altre grottesche misure.

Altresì i numeri non sono un’arma ad uso esclusivo del Governo. La matematica, scienza esatta, sta anche dalla parte di chi compie il suo lavoro lontano dalle terapie politiche ordite da Speranza e compagnia rossa cantante.

È il caso del protocollo M, frutto di una lunga esperienza nella cura delle malattie virali acute da parte del dott. Lorenzo Mondello. Infettivologo dal 1986, ha stilato questo protocollo per le cure precoci dei pazienti sintomatici in isolamento domiciliare.

Vi sono presenti numerosissimi articoli sul protocollo M e sulla sua efficacia e proprio i numeri ne testimoniano il suo successo: 1600 pazienti trattati direttamente oltre ad altre migliaia tramite passaparola sui social. Dei 1600 pazienti solo una trentina di ricoveri e nessun decesso per Covid. L’unico decesso è avvenuto per complicanze toraciche in un soggetto senza milza e che aveva effettuato sia radio che chemioterapia. Un soggetto, purtroppo, gravemente debilitato.

Insomma, proprio gli stramaledetti numeri danno ragione al protocollo M. Purtroppo in Italia, al pari della Cina tanto cara alla maggioranza, non vige alcuna pluralità nell’informazione. Viene concesso adeguato spazio a tutte le forze politiche, che tuttavia sono uniformate sostanzialmente su posizioni estremamente simili almeno sulla questione Covid.

Chi dovrebbe assicurare un’informazione sana e imparziale, scevra da conflitti di interessi, indipendente e neutrale; in realtà svolge diligentemente il compito servile del cagnolino delle istituzioni.


Durante il governo Conte è stato istituito il “Fondo emergenze emittenti locali“, il quale constava di 50 milioni di euro da offrire a quelle emittenti tv e radio disposte a trasmettere determinati messaggi confezionati dal Ministero dello Sviluppo Economico. Col governo Draghi il fondo è stato ampliato con l’innesto di altri 20 milioni. Mero complottismo? Assolutamente no, basta leggere quanto troviamo scritto sul decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel novembre 2020:

Alle emittenti radiofoniche e televisive locali che si impegnano a trasmettere i messaggi di comunicazione istituzionali relativi all’emergenza sanitaria all’interno dei propri spazi informativi è riconosciuto, per l’anno 2020, un contributo straordinario per i servizi informativi connessi alla diffusione del contagio da Covid-19”.

La durata complessiva minima della rotazione di messa in onda va da un minimo di 11 ad un massimo di 20 messaggi da parte del Ministero in un giorno. Per poter intascare i soldi le emittenti dovevano ogni giorno garantire un certo numero di messaggi trasmessi al proprio pubblico nelle varie fasce orarie, e naturalmente più alto è il numero di spot trasmessi, più ricchi sono i compensi per l’emittente.

Andiamo dunque al nucleo del discorso: sono stati elargiti oltre 2 milioni tra il Ministero e la regione Sicilia a SES (Società Editrice Siciliana) per neutralizzare il protocollo Mintervistando personaggi del mondo della sanità con giornalisti complici. Alla SES fanno parte la Gazzetta del SudRTPAntenna dello StrettoGiornale di SiciliaTeleGDS e RadioTGS. Com’è noto, la SES ha in mano il pacchetto di maggioranza del Giornale di Sicilia. E, complessivamente, prende dalla Regione 1.781.208,27 €.

Antenna Sicilia è stata elargita con un fondo di 547.726,20 €.

il TGS con 326.439,54 €.

RTP con200.622,63 €.

Questi sono soltanto alcuni degli esempi più ricchi…

È possibile consultare l’elenco completo cliccando qui. Ancora una volta i numeri ci permettono di leggere una realtà ben delineata: Io ti pago, tu dai l’informazione che io ti impongo. Semplice.

A proposito di ciò…, rammentate questa intervista del 1 febbraio 2021 svoltasi proprio su RTP? Vi allego il link tra parentesi (Intervista contro il protocollo ) M 1/2/2021

L’intervistato è il dott. Versace del Policlinico di Messina, il quale si è lasciato andare a dichiarazioni fuorvianti visto il successo del protocollo M:

Terapie uguali per tutti non esistono. Vorrei rivolgermi ai miei colleghi, a quelli che pensano di curare con i protocolli tramite i social network: non si fa. Io censurerei chi fa terapie attraverso Facebook o attraverso altri social. Perché ogni paziente deve fare la terapia in base alle sue condizioni […] I medici a domicilio devono monitorare […] Fosse così facile curare a domicilio.” 

La giornalista Marina Bottari è sembrata soddisfatta dalle risposte del medico, quasi come un’insegnante con l’alunno preparato, il quale ripete le stesse parole usate dalla professoressa durante la lezione.

Due più due fa quattro, ritornando al dogma matematico. Difatti questa intervista al dottor Versace, responsabile Covid del Policlinico, altro non è che un’offensiva nei confronti del dott. Mondello e del suo protocollo antigovernativo e a favore della scienza libera. Gli stessi social tanto vituperati da Versace hanno svolto un lavoro egregio grazie ai numerosissimi utenti che seguono Mondello sin dalla prima ora e ne condividono gli studi. Si tratta di fruitori che, senza il suddetto protocollo, probabilmente sarebbero morti o avrebbero riscontrato problemi a causa dell’informazione prezzolata dall’élite governativa.

Purtroppo dovremmo saperlo già dal principio, ma spesso ci dimentichiamo di rileggere i classici russi. Lo scrisse Dostoevskij nel suo capolavoro “L’idiota”:

Il denaro è la cosa più volgare e odiosa che ci sia perché può tutto, perfino conferire il talento. E avrà questo potere fino alla fine del mondo.”

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Il Generale Bartolini attacca il Governo: “Se non fermiamo i migranti, l’Italia scompare”

FONTE: Il Giornale/Stop Censura

Marco Bertolini, ex comandante del Coi, comando operativo di vertice interforze attacca la delirante politica del governo sull’immigrazione e la propaganda mediatica che la sostiene. Anche lui, come noi, parla di ‘invasione’, non di ‘immigrazione’. 

Generale, in che situazione versa il nostro Paese? «L’Italia si trova al centro del Mediterraneo e nel Mediterraneo bisogna essere forti, politicamente, economicamente, culturalmente e, perché no, anche militarmente. Il nostro Paese, invece, non vuole esercitare la forza. In quest’area si scontrano gli interessi di altri Paesi fortissimi, che sono i classici vasi di ferro e se noi ci proponiamo come vaso di coccio, perché abbiamo dei confini porosi, perché accettiamo chiunque arrivi, perché siamo passivi nei confronti delle iniziative politiche e militari degli altri, siamo destinati a pagarla molto cara».

Dove pensa arriveremo se dovessimo proseguire su questa strada? «Se dovessimo andare avanti in questa maniera scompariremo. Si usa il termine sovranità come se fosse una bestemmia dimenticando che, invece, è il valore per cui hanno giurato i militari, ma anche i ministri».

Con la linea suggerita dall’est Europa pensa cambierebbe qualcosa?«Sicuramente potremmo essere meno passivi nei confronti dell’immigrazione. Il problema va risolto in Africa, ma non possiamo aspettare anni. Come facciamo a ridurre il flusso? Non possiamo costruire un muro in mezzo al Mediterraneo, ma possiamo fermare, ad esempio, le Ong».

A proposito di Ong, che pensa del loro operato? «Che la devono smettere di prendere i migranti e di portarli da noi, che passivamente li dobbiamo subire, visto che rimarranno qua. Adesso, di fatto, c’è quasi un servizio di traghettamento che non fa sicuramente i nostri interessi».

Cosa si potrebbe fare di più? «Il dibattito in Italia su cosa fare nei confronti di questo fenomeno è incentrato su come accoglierli e distribuirli, invece dovrebbe essere incentrato su come fermarli».

Pensa ci sia un disegno dietro a questa invasione? «Non ho elementi, ma ci sono politici che dicono che noi dei migranti abbiamo bisogno perché non facciamo più figli. Dimenticano di dire, però, che i motivi per cui non facciamo più figli sono dovuti alle scelte fatte da loro perché è stata distrutta la famiglia, ci sono state politiche contro la natalità, provvedimenti umilianti per la famiglia naturale a favore di una famiglia sterile che non fanno bene. Abbiamo bisogno di giovani, ma non possiamo importarli e non possiamo sostituire gli italiani con i cittadini acquisiti ai quali si dà un passaporto».

L’OMS dice NO al vaccino obbligatorio. Ma Draghi ne terrà conto?

di: (Redazione Catania CreAttiva.it)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non approva che la vaccinazione contro il Covid-19 sia obbligatoria in nessun paese, anche se difende l’importanza dell’immunizzazione.”

Lo ha detto una portavoce dell’agenzia in risposta al fatto che diversi paesi stanno considerando di renderla obbligatoria. “In generale, l’OMS si oppone a qualsiasi vaccinazione obbligatoria“, ha detto la portavoce dell’OMS Fadela Chaib a una conferenza stampa. 
FONTE: https://www.ilcorriere.it/news/cronaca/55266/oms-no-al-vaccino-obbligatorio.html

Sabato 14 agosto 2021 – “L’Organizzazione Mondiale della Sanità, a cui l’Italia si è affidata nella gestione della Pandemia di Covid-19 da quando il 31 gennaio 2020 promulgò lo stato di emergenza, annunciato il giorno prima dall’Oms, si è detta contraria all’obbligatorietà dei vaccini anti Covid-19.

Probabilmente il Governo Draghi proseguirà come se nulla fosse nell’imposizione di una dittatura sanitaria ottemperando agli ordini della grande finanza speculativa globalizzata che promuove il Nuovo Ordine Mondiale.

Ma la presa di posizione della principale agenzia sanitaria del mondo resta un punto di riferimento nella battaglia culturale, civile e politica per chi, come noi, ama l’Italia e ha a cuore la vita, la salute, il benessere, la dignità e la libertà degli italiani.”

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Sul green pass il governo mente. L’attacco di Crisanti

FONTE: Libero.it

Il Green pass così com’è è pericoloso“. A dirlo non è un no-vax, ma niente di meno di Andrea Crisanti. “Il governo sul Green pass mente e lo fa in modo pericoloso. Direi che creiamo ambienti sicuri se tutti al loro interno hanno il green pass è una fake news bella e buona“, rincara la dose il docente di microbiologia dell’università di Padova sul Fatto Quotidiano. Per Crisanti infatti il certificato verde aumenta sì la percentuale di vaccinati, ma non è una misura di sanità pubblica come invece viene fatta passare. E ancora: “È rischioso. Il Green pass viene millantato come misura per creare ambienti sicuri ma non ha senso, niente di più falso. Io non sono contrario all’utilizzo del green pass in senso lato, basta chiamarlo per quello che è. Non tollero l’ipocrisia del governo su questo. Se uno Stato vuol fare rispettare la legge deve comminare sanzioni molto chiare ma non può mentire”.

Il “patentino” viene infatti rilasciato anche a chi ha ricevuto una sola dose di vaccino contro il Covid e dunque è meno coperto e al sicuro rispetto a tanti altri che invece di somministrazioni ne hanno fatte due. Altrettanto scettico Crisanti lo è sull’immunità di gregge. L’esperto smentisce le parole diRoberto Speranza, ministro della Salute: “Che l’immunità di gregge fosse impossibile mi era già chiaro da tempo, adesso ne abbiamo la certezza.

Det Spazio poi agli anticorpi che se monitorati – sostiene il collega Massimo Galli – sono in grado di far capire se dare il via a una terza dose di vaccino: “In realtà – dice dubbioso il professore – non del tutto, perché non abbiamo una misura correlato di protezione, cioè che indichi la soglia minima dell’immunità tanto da dirci con esattezza quale sia il livello anticorpale di protezione dal coronavirus. Certo a buon senso più anticorpi hai più stai tranquillo, di certo più del solo possesso del Green pass“.

Leggi anche:

https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/27874283/andrea-crisanti-variante-delta-italia-favorisce-contagio-apriamo-strada-variabili-piu-resistenti-disastro-settembre.amp

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Green Pass, Difesa, mense di servizio: una scelta irrazionale che rischia di compromettere le attività della Difesa

Comunicato di Luca Marco Comellini, Segretario Generale del Sindacato dei Militari

Il premier Draghi e ministro Guerinidovrebbero spiegarci come potranno fruire del pasto di servizio i militari che hanno scelto di non vaccinarsi? Lo domando perché stando a quanto stabilito dall’ultimo decreto legge del Governo, a partire dal prossimo 6 agosto, questi militari senza il Green Pass non potranno più accedere nei locali chiusi dove viene effettuata la ristorazione, quindi anche nelle mense di servizio. Cosa faranno, metteranno dei tavoli all’aperto, fuori della porta delle mense, con tanto di ombrelloni colorati e una bella recinzione con su scritto “area riservata ai non vaccinati”?

Senza entrare nel merito della dubbia legittimità della scelta del Governo, credo che il provvedimento sia irrazionale e non troverà facile applicazione nelle caserme e negli aeroporti militari perché si correrebbe il rischio di incidere negativamente sulle attività operative della Difesa.

Infatti, la consumazione del pasto è ancora troppo spesso, seppure impropriamente, considerata un obbligo di servizio ed è rigorosamente disciplinata da norme e regolamenti interni la cui violazione può dar luogo a delle contestazioni disciplinari.

Quando si fanno delle scelte che incidono sulla vita dei cittadini, e a maggior ragione nei confronti di quelli, come i militari, i cui diritti sono ancora pressoché inesistenti, gli “esperti” e i “migliori” che ancora ostinatamente pretendono di governare il paese dovrebbero considerarne tutti gli aspetti e valutarne tutte le conseguenze possibili, anche quelle ritenute irrilevanti ma che poi potrebbero rivelarsi estremamentee pericolose.

Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, fra cui anche Marzia Chiocchi di Mercurius5, e Monica Tomasello di Catania CreAttiva, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale.

Economia globale, economia italiana e fallimento del sistema

Nel modello globale esistono evidentemente alcuni meccanismi ormai usurati. Forse l’Italia è uno di questi? 

di Roberto Roggero

Nel gigantesco circuito della Finanza, che estende i suoi tentacoli a livelli difficilmente immaginabili, solo nove Paesi hanno una propria Banca Centrale che, pur attraverso i gangli del sistema “scatole cinesi”, non faccia capo a nomi come Rothschild, dinastia che, insieme a pochissime altre, alimenta semplicemente tutto. Non esiste quindi una “Banca Rothschild” in Russia, Cina, Venezuela, Iran, Cuba, Ungheria, Siria, Islanda e Nord Corea. Inoltre, Venezuela, Iran e Russia sono anche i primi tre produttori di energia al mondo, considerando i giacimenti di petrolio, carbone e gas. Per il resto, in un modo o in un altro, tutti gli istituti nazionali di credito, definiti quindi per statuto “organismo di uno stato indipendente sovrano”, di fatto non lo sono, dal momento che, direttamente o per conto terzi/quarti/quinti/ecc. sono controllate da Rotschild & Soci. Da considerare poi che le Banche Centrali di Svizzera (in primis), Giappone, Grecia e Belgio, hanno costituito società quotate in Borsa. Da qui si comprende perché certi Stati, con istituto di credito effettivamente statale indipendente, sono costantemente attaccati a diversi livelli, e soprattutto mediaticamente, da holding della comunicazione che al vertice, dopo un contorto organigramma, trovano i soliti noti. 

Il riferimento è in particolare a quello che i media mainstream occidentali hanno battezzato “Asse del Male”, con annessi simpatizzanti e alleati, evidenti o meno. In questi casi, determinati progetti di destabilizzazione, partono dalle pagine dei giornali o da particolari siti internet o reti radiotelevisive, e si comprende quindi, perché i sopracitati nove Paesi siano considerati “il nemico”. 

A questo punto, viste le condizioni socio-economiche di certi Paesi, una domanda sorge automatica: quando una Banca Centrale, e un governo (se non sono la stessa cosa), progettano la politica economica e l’economia politica (che non sono la stessa cosa), stanno pensando ai benefici della gente della strada, o dei propri azionisti? Altrettanto scontata la risposta, che porta a capire perché un Paese come il Belgio possa stare per quasi due anni senza un governo, quando a tutti gli effetti il ruolo del governo è relativo. E si comprende perché un Paese come la Grecia sia in balia della cosiddetta “Troika” (Fondo Monetario Internazionale-Banca Centrale Europea-Commissione Europea). 

Parlando di Commissione Europea, a un cittadino italiano/europeo, interessa presumibilmente il ruolo del proprio Paese, dove la Banca d’Italia sarebbe una istituzione direttamente dipendente dal governo. Sbagliato: la banca nazionale italiana è una società di azionisti, il cui elenco appare oltretutto senza censure sul sito stesso alla voce “partecipanti”. I principali azionisti sono Banca Intesa San Paolo e Unicredit, con il 52%, seguite da Inail e Inps come enti statali (con quote ben poco rilevanti pari al 7%). Il capitale messo in campo dalle due principali banche italiane è però fornito in maggioranza dai soliti noti. 

Veniamo quindi al problema immediatamente relativo: il controllo della circolazione monetaria. Il riferimento alla dichiarazione di Mayer Amshel Rotschild non ha bisogno di spiegazioni, e già dal 1773: “Permettetemi di emettere e controllare la moneta di una nazione, e non mi importa chi fa le sue leggi. La nostra politica è quella non di fomentare le guerre, ma dirigere Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere guadagni territoriali. Le guerre, e non solo quelle combattute con gli eserciti, devono essere dirette in modo tale che le nazioni, di qualsiasi schieramento, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere. Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi”. Non è questione di fare parte o meno della schiera dei “complottisti”, è semplicemente l’evidenza dei fatti. 

Qual’è l’elemento a monte che fa la differenza? Forse un diverso percorso evolutivo riservato a pochi, rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale? Forse proprio un diverso stadio di comprensione dello sviluppo stesso, per cui una parte dell’umanità non è sufficientemente progredita, giunta però al limite della necessità di un cambiamento. In effetti, il punto è questo: un nucleo di pochi amministra e gestisce qualcosa come mille triliardi di dollari (provate a rappresentare la cifra numericamente…), mentre la maggior parte non ha neanche mai visto una banconota. 

Non è questo il caso dell’Italia, certo. A maggiore ragione dal momento che si conosce il valore del denaro, tale concetto appare ancor più evidente. E l’attuale caso degli accordi conclusi dai governi di tutto il mondo per l’acquisto del vaccino anti-covid, dovrebbe fare riflettere sul volume di denaro mosso dalle multinazionali farmaceutiche. Si provi quindi a ripercorrere l’organigramma di alcuni marchi ormai noti, e si noti cosa o chi appare ai vertici. 

Un altro esempio italiano è Paolo Scaroni, Deputy Chairman di Rothschild Group, già amministratore delegato di ENI e di Enel. Relativamente al caso covid, ha dichiarato: “Ci auguriamo tutti che finisca presto l’epidemia, ma sarà solo per entrare in un altro scenario drammatico…Il tema italiano non è quel che dice Bruxelles, ma quel che pensano i mercati. Dunque quanto ci costa il debito? Bisogna che in parallelo la BCE aumenti l’acquisto dei Titoli di Stato, e per la verità lo sta facendo, indirizzando un grande volume di acquisti nei riguardi del debito del nostro Paese. Altrimenti lo spread andrà alle stelle, con il rischio default. Sul circuito economico e finanziario internazionale, bisogna poi considerare che, in seguito alla pandemia, la Russia avrà peso politico sempre maggiore”. 

L’Italia si trova quindi a questo punto: uno scenario geopolitico ed economico-finanziario in tensione sempre maggiore, con probabili cambiamenti ai vertici politici, che si trovano ad affrontare un debito enorme, di oltre 2.500 miliardi di euro che, per paradosso, costa molto di più dell’effettivo valore nominale. 

A che cosa si deve tutto questo? I fattori sono molteplici, ma non ultimo la crisi del modello economico basato sul sistema Banche Centrali che, in Europa, si trasforma in BCE. Sempre riguardo l’Italia, le quote garantite a Inail e Inps assicurano il sostegno delle politiche previdenziali e del lavoro, anche se un regolamento interno stabilisce che i dividenti non debbano essere superiori al 3% per ogni partecipante al capitale, e quindi il restante 94% dei dividenti, di fatto è proprietà privata. 

Il 52% di Unicredit e Intesa San Paolo è poi costituito da azionisti quali JP Morgan (che controlla anche Monte dei Paschi di Siena), Banco Santander, ABN e AMRO, Blackrock (multinazionale americana che a sua volta ha un piede ben piantato in Atlantia Autostrade e Telecom. Fra gli altri grandi nomi, i tentacoli delle multinazionali straniere si sono ormai radicati in Enel, Banco Popolare, ENI, Fiat, Generali, Finmeccanica, Banca Popolare di Milano, Fonsai, Mediobanca, UBI e di recente, anche Poste Italiane. A questo punto, che cosa rimane di italiano, in Italia? 

La sopra menzionata necessità di cambiamento, per il fallimento del sistema economico occidentale, è nient’altro che la diretta conseguenza di diversi errori di valutazione nel momento di passaggio dalla moneta direttamente collegata alle riserve auree, al successivo corso legale sostanzialmente legato al dollaro, a seguito degli Accordi Bretton-Woods del 1944. Elemento che ha determinato il fallimento del sistema delle riserve di capitali di enti pubblici, e istituti di credito privati e assicurativi, che non regge più l’emissione a prestito e il relativo addebito di nuova moneta. 

A tale proposito, forse non tutti sanno che l’euro è “moneta a debito”, ovvero acquistata dagli Stati membri dell’UE e pagata secondo un valore nominale cui si devono aggiungere gli “oneri finanziari” in Titoli di Stato, che ne aumentano in modo esponenziale il debito stesso, secondo quanto stabilito dagli accordi di Maastricht, per altro non ancora rinnovati, soprattutto nelle attuali fasi cruciali di epidemia da Covid. 

I vari elementi, messi insieme, determinano la non ulteriore sostenibilità del sistema di interazione fra BCE ed emissione di moneta a debito, e anzi, ne aggravano la crisi, in atto da decenni. 

La BCE ha recentemente dichiarato una nuova emissione di moneta, a sostegno dell’emergenza Covid-19, per un totale di 700 miliardi di euro per tutta UE ma, date le premesse, questa massa di denaro dovrebbe essere accreditata, e non addebitata, agli Stati europei. Quello che gli Stati devono riconoscere alla BCE sono i soli costi di stampa del denaro circolante, e semmai i costi operativi per l’emissione, ma non il costo nominale dell’intera quantità monetaria emessa oltre agli oneri finanziari.  

Paesi come l’Italia sono stati costretti a ridurre le spese sanitarie che, in alternativa, sarebbero state fondamentali nella gestione di questa emergenza Covid. L’Italia è stata inoltre costretta a svendere i propri patrimoni nazionali (porti, musei, intere filiere industriali e commerciali) a favore di potenze come Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita, e alle aziende loro collegate. 

Oggi l’economia trainante su scala mondiale è quella definita “della conoscenza”. Le merci che hanno il maggior valore aggiunto, e sono protagoniste degli scambi internazionali, sono quelle il cui valore è dato non solo, e non tanto, da quello delle materie prime e del valore del lavoro (uomo o macchina che sia) per trasformarli, ma anche e soprattutto dal valore di conoscenza (scientifica, ma non solo) che hanno compreso. Il telefono cellulare, ad esempio, avrebbe un costo irrisorio se il valore fosse dato dalle materie prime che contiene e dal lavoro necessario per assemblarlo. Costa tanto per l’altissima tecnologia informatica che contiene. 

A partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso il mondo industrializzato si è enormemente allargato. Sulla scena sono apparsi nuovi protagonisti, fra cui la Cina, ma non solo. Almeno una dozzina di Paesi del Sud-est asiatico, e anche altre economie emergenti in Sud America e Africa.

Nel contesto, definito “nuova globalizzazione”, il ruolo dell’Italia è cambiato. Non siamo più il più povero fra i ricchi. Molto più poveri di noi, in termini sia relativi che assoluti, da trent’anni a questa parte ci sono altri competitori. Questo cambiamento di ruolo è stato determinante, perché nella fase precedente, quando eravamo i più poveri fra i ricchi, potevamo sfruttare la leva del basso costo del lavoro per rendere competitive le nostre merci a piccola e media tecnologia. Parliamo dell’industria e dei beni industriali, ma analogo discorso vale per i servizi. 

Si poteva agire diversamente? Certo sì, e di esempi ce ne sono diversi, a partire dalla Corea del Sud, Paese più piccolo del nostro, o dalla Finlandia. A partire dal 1980, la Corea del Sud ha deciso di puntare sull’economia della conoscenza, partendo dall’educazione e dalla ricerca scientifica. Quarant’anni fa il Sud Corea vantava un numero relativo di laureati inferiore a quello dell’Italia, mentre oggi oltre il 70% dei giovani sudcoreani tra i 25 e i 34 anni è in possesso di almeno una laurea, ed è un record mondiale, così come gli investimenti relativi alla ricerca scientifica. Oggi la Corea del Sud è un Paese all’avanguardia nell’economia della conoscenza e il suo Pil è quello che è cresciuto di più dopo quello della Cina. 

L’Italia, invece, vanta il minor numero di laureati fra i giovani di tutta l’area OCSE, con poche eccezioni. Quanto agli investimenti in ricerca e sviluppo, siamo fanalino di coda in Europa, con l’1,3% di investimenti rispetto al Pil, poco più della metà della media europea e mondiale, e meno di 1/3 rispetto a quella della Corea del Sud. 

Il ristagno dell’economia italiana dura almeno trent’anni. Un lasso di tempo a tal punto esteso che per una ripresa in piena regola bisognerebbe ripartire da condizioni di Paese in via di sviluppo. Tema ampiamente discusso da vari economisti negli anni ‘60. Una cosa però è l’analisi di un passato che ben si conosce, un’altra quella di cercare di ipotizzare un futuro prossimo denso di nebbie e incertezze. 

Va comunque riconosciuto che, a vantaggio del nostro Paese, vi è oggettivamente una struttura abbastanza solida e competitiva, che ha il suo fulcro nella capacità produttiva e nel risparmio privato che, pur colpito dal debito pubblico, rimane punto di riferimento del sistema economico. 

Al “comune mortale”, però, tutto questo, alla fine poco importa. Egli è semmai, e giustamente, interessato a che gli vengano offerte possibilità di arrivare ogni mese alla fine del mese, senza far mancare nulla ai propri cari, ben prima di ogni quotazione in borsa, regolamentazione, credito, capitalizzazione, governance, ecc… In una parola, credibilità.