Green Pass: palestre, piscine e società sportive, non possono conservarne copia né registrare la data di scadenza

FONTE: Privacy.it

Intervento di Guido Scorza, Componente del Garante per la protezione dei dati personali
(CyberSecurity360, 3 settembre 2021)

Continuano a rimbalzare da una parte all’altra dell’Italia richieste da parte di palestre e centri sportivi ai loro abbonati e associati di trasmissione e consegna, assieme al certificato di sana e robusta costituzione, di copia del c.d. Green Pass con evidenziata la relativa data di scadenza.

La richiesta è sempre formulata come necessaria ai fini dell’iscrizione o, comunque, della frequentazione del centro.

VIETATO RICHIEDERE E CONSERVARE COPIA DEL GREEN PASS

In questo contesto vale, probabilmente, la pena ricordare che la disciplina sul Green Pass prevede che lo stesso debba – nei soli luoghi nei quali è necessario ai sensi di quanto previsto dalla legge – essere semplicemente esibito all’ingresso e debba essere letto dagli incaricati esclusivamente attraverso l’apposita App Verifica Covid-19 messa a punto dal Governo, app che consente al verificatore di accedere solo a un’informazione binaria: il titolare del documento ha o non ha un Green Pass valido senza alcun riferimento né alla condizione – vaccino, guarigione dal Covid19 o tampone – che ha portato al rilascio del Green Pass né alla data di scadenza del documento medesimo.

La richiesta, quale condizione per la frequentazione del centro sportivo o della palestra, di copia del documento e di indicazione della data di scadenza e la successiva conservazione di tali elementi, pertanto, rappresentano una violazione della vigente disciplina in materia di protezione dei dati personali giacché il titolare del trattamento – palestra, centro sportivo o qualsiasi altro analogo soggetto – non ha titolo per acquisire la data di scadenza del Green Pass e conservare gli altri dati personali contenuti nel medesimo documento.

E’ UN TRATTAMENTO DI DATI NON NECESSARI

È evidente e comprensibile che la prassi che si sta andando diffondendo renderebbe più facile la vita ai gestori di palestre e centri sportivi e, forse, anche ad abbonati e associati ma, al tempo stesso, frustra gli obiettivi di bilanciamento tra privacy, tutela della salute e riapertura del Paese che si sono perseguiti con il Green Pass giacché mette in circolazione una quantità di dati personali superiori a quelli necessari e, soprattutto, ne determina la raccolta e la moltiplicazione in una serie di banche dati diversamente sicure.

Sotto tale profilo vale, infatti, la pena di ricordare che la scadenza del Green Pass è diversa a seconda della ragione all’origine della sua emissione con la conseguenza che conoscerla consente a chiunque di sapere se siamo vaccinati, se siamo stati contagiati o ci siamo semplicemente fatti un tampone mentre, come detto, nel suo utilizzo normale e legale il Green Pass è neutro rispetto a tali circostanze.

Tutto questo senza dire che il Green Pass certifica una circostanza dinamica con la conseguenza che chi ieri ha consegnato un certificato vaccinale valido fino a una certa data, in un momento successivo ma precedente alla scadenza potrebbe essere contagiato e il suo Green Pass perdere di validità.

SI RISCHIA DI TRATTARE ANCHE DATI INESATTI

A seguire strade diverse rispetto a quelle previste dalla legge si rischia, quindi, anche di trattare dati inesatti perché si considera in possesso di un Green Pass valido un soggetto che, magari, non lo è più.

Le regole, insomma, ci sono e la comodità non consente di derogarvi.

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[Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, tra cui le fondatrici Marzia  Chiocchi di Mercurius5.it e Monica Tomasello di CataniaCreAttiva.it, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale]

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Siamo sotto attacco, perche il nostro risveglio e’ in atto

di Giorgio Cattaneo (LIBRE blog)

Noi siamo esseri solari in crescita, figli del sole: tutta la materia di cui siamo fatti (perfino il nostro spirito, la nostra anima) è composta da pezzi di sole. Tutto, anche la fisica di cui è fatta la Terra. Il sole è il logos degli antichi cristiani, è il creatore del sistema solare, della razza umana, di tutti gli esseri che abbiamo attorno. E secondo le grandi indicazioni iniziatiche, il sole è anche l’essere dell’amore: infatti emette raggi di luce e calore verso tutti, non guarda in faccia a nessuno. Ama tutti e, nel farlo, perde anche un po’ di pezzi di se stesso, senza avere nulla in cambio. E’ come dovremo imparare ad essere noi: ci vuole ancora un po’ di tempo, ma questa è la strada. Il sole, che è l’essere che presiede alla nostra evoluzione, nel momento in cui vede un’aggressione enorme alla nostra etica, ai nostri corpi (fisico e sottile) – un’aggressione che vuole indebolire le forze vitali di cui siamo fatti, che presiedono alle nostre forze fisiche – produce un’accelerazione delle forze vitali che a noi, come Terra, arrivano tutte dal sole, a cominciare dall’energia che fa crescere le piante.

Il sole tiene in piedi anche noi: gli indiani la chiamavano “prana”, la forza solare che circola dentro di noi. E dato che i gruppi anti-sole (anti-amore) vogliono indebolire le nostre forze, il sole – per compensare questo – ci sta mandando più etere: è questo, il riscaldamento climatico. E’ chiaro che questa cosa non piace, ai vari Club di Roma e ai loro padroni, però è quello che sta succedendo. Ho controllato, sui grafici dei climatologi: ogni volta che la temperatura aumentava di parecchio, sulla Terra stava accadendo qualcosa di forte, spiritualmente. Per esempio: durante la vita del Cristo, la temperatura era più alta di adesso; dopo la sua morte, è sprofondata di diversi gradi al di sotto della temperatura attuale. Poi è risalita quando c’era il monachesimo illuminato, e anche all’epoca dei Templari, poi con i Medici, e ancora durante la Rivoluzione Francese; poi è crollata, per ricominciare a salire negli anni Sessanta, quando io dico che è cominciato l’attuale fenomeno del risveglio della nostra coscienza.

Così si capiscono meglio anche i recenti esperimenti di geoingegneria per filtrare i raggi del sole: tutta la strategia nella quale siamo coinvolti è contro il sole, l’amore, l’essere che vuole svilupparsi dentro di noi facendo il bene. Dagli anni Sessanta, la gente si è data da fare nell’ecologia, ha cominciato ad amare gli animali e le piante, ha iniziato a occuparsi di solidarietà (che prima non esisteva). E ha cominciato a farsi delle domande, a uscire un po’ alla volta dalle ideologie, dalle religioni: a cercare il bene vero, non quello che gli era stato presentato per secoli. E’ chiaro che questa, per i poteri abituati a dominare, è una situazione di emergenza da allarme rosso. E quindi se ne devono inventare di tutti i tipi, per bloccarci: per bloccare le forze d’amore, anche quelle che vengono dal cosmo. Solo che non sanno con chi hanno a che fare, non se ne rendono conto: né nel caso delle forze d’amore che sono nel cosmo, né nel caso di quelle che sono dentro di noi. Tant’è vero che, più ce ne fanno, più una parte di noi cresce e diventa consapevole: è quello che sta succedendo oggi.

Quando facevo l’analista per panel internazionali, governativi (quei gruppi che si riuniscono per capire come stanno le cose, e dirlo ai governi), la mia specialità era il mondo islamico. E a un certo punto, nell’Islam, ho visto comparire un Islam che non c’era. E’ cominciato con Bin Laden: un Islam estremista, anomalo, cattivo, con la comparsa di strani abbigliamenti, turbanti neri, barbacce lunghe da ceffi da teatro. Nell’Islam non c’era, tutto questo. Qualcuno, quindi, li ha addestrati e gli ha detto: conciamoci così, perché così si vestivano ai tempi di Maometto (come se noi andassimo da loro vestiti da crociati). La sensibilità occidentale doveva essere messa in emergenza nel vedere quei ceffi, con le bandiere nere (che nell’Islam non ci sono: sarebbero verdi). Hanno ripreso costumi arcaici, che erano scomparsi: il taglio delle mani, le lapidazioni. Abitudini sopravvissute – guarda in po’ – soltanto in Arabia Saudita, dove ha sede la setta retriva dei wahhabiti, messi al potere dalla massoneria inglese. Quello è un Islam finto, però drammatico: armato, addestrato, istruito su come mettere in scena il teatro dell’orrore, le decapitazioni dei prigionieri vestiti di arancione.

E’ un conflitto, scelto nella nostra epoca, per tenere in vita una malattia dell’umanità. Perché le guerre sono malattie: vengono fatte per creare vortici di odio e di violenza. Non le vince mai nessuno, le guerre. Il senso di quella dell’Afghanistan è palese: gli americani stanno per anni in un posto (e si trascinano dietro anche noi italiani) per perderla, la guerra, peggiorando ulteriormente lo scenario. Conquistano l’Iraq per destabilizzarlo. Poi l’Occidente detronizza Gheddafi per destabilizzare la Libia. E cosa ci guadagna? Niente: la destabilizzazione, e i morti. Perché una delle strategie di questi gruppi è quella di creare vortici di paura, nel mondo (vortici di violenza, di rabbia), che guastano il risveglio umano e arrivano fino a noi. Come? Col terrorismo, creando una guerra asimmetrica. Quando facevo l’analista, trent’anni fa, i satelliti permettevano di leggere tranquillamente anche le targhe delle auto. Adesso ti fanno anche le radiografie, però Bin Laden non lo trovavano mai. Basterebbe una settimana, per catturare tutti quei tragici figuranti. Ma non viene fatto: perché il terrore viene sfruttato, come emergenza.

Così, i terroristi vengono inviati anche nelle nostre città, in Occidente: quando serve, qualcuno viene accoltellato, si fa esplodere una bomba, viene creato il fenomeno dell’immigrazione non controllata; la gente si spaventa, comincia a temere e odiare gli immigrati, e per giunta poi c’è anche qualche immigrato che veramente fa il male. E’ tutto combinato, tutto contro la nostra anima. Al tempo in cui lavoravo per quei panel, periodicamente si diceva: se non ci armiamo abbastanza (con missili, caccia, atomiche) i sovietici conquisteranno Parigi in tre giorni, e poi cosacchi faranno abbeverare i loro cavalli alle fontane di San Pietro. Ricordo l’imbarazzo degli esperti, chiamati periodicamente a valutare davvero la situazione: l’Urss non aveva la minima possibilità di sopraffare la Nato, data l’immensa disparità di forze. Ma questo, gli esperti non riuscivano mai a metterlo nero su bianco: era proibito dire la verità, altrimenti sarebbe venuta meno l’emergenza costruita sul pericolo russo.


La stessa cosa si fa con le altre minacce: le si usa per terrorizzarci. Covid, Afghanistan, riscaldamento climatico, Greta (e tutto quello che vi pare). Fate caso alla attenta regia delle cose: il terrorismo “islamico” è sempre pronto, come conferma il ritorno dei Talebani. Lo stesso Isis non è sparito, l’Africa è piena di luoghi nelle mani di Al-Qaeda o dell’Isis. Sono sempre lì, pronti all’uso: ogni tanto qualcuno ammazza un prete o dà fuoco a una chiesa. Ma bisogna mettersi nei panni del regista cinematografico di tutte queste operazioni. Direbbe: in questa puntata c’è già la scena del Covid, quindi non mischiamo le cose. Appena il Covid cala, mandiamo avanti gli incendi estivi e l’Afghanistan. Qual è l’obiettivo di questa regia? L’anima delle persone. La nostra psiche è l’unico vero obiettivo: il terreno di conquista di queste guerre non sono le banche, i territori, le risorse. No, l’obiettivo siamo noi: la nostra anima, la psiche degli esseri umani (che è in fase di risveglio, e proprio per questo viene messa sotto attacco).

Chi teme davvero il nostro risveglio? I personaggi sotto i riflettori, quelli che conosciamo, non sanno nulla. Pare che sappiano tutto loro: il grande leader, ma anche il “gran maestro” massone della superloggia quacquacquà. Rappresentano un livello basso: stanno lì in cambio di denari, di potere e di ambizione. In realtà, sono quelli che meno sanno. Quand’ero il consigliere di alte cariche, mi rendevo conto del fatto che più si saliva di livello, fino ai primi ministri, e meno ne sapevano. E quelli sopra di loro? Be’, quelli comandano davvero: e sono gente che fa il male per il male. Quanti sono? Quattro persone? Cinque? Dodici? Loro sì, hanno i loro addentellati: e, per conto dei loro capi spirituali, svolgono il compito di cercare di frenare lo sviluppo umano. Ma, più lo fanno, più la gente cresce: perché, sopra di loro, ci sono gli “esseri spirituali del bene”, quelli che vogliono la nostra evoluzione, che li stanno usando – da alcune migliaia di anni, non di più – per crearci un’opposizione, in modo che noi cresciamo, sviluppando il nostro vero Io. Uno spettacolo al quale stiamo assistendo, in questi giorni, è l’enfatizzazione mediatica degli incendi stagionali. Fa troppo caldo? Qualcuno sostiene che sia colpa nostra: lo dice la piccola Greta, poveretta, ma lo dice pure l’Ipcc Panel dell’Onu, proprio adesso, cavalcando con straordinario tempismo gli incendi, innescati in simultanea da centinaia, migliaia di piromani stranamente sincronizzati. I media ci dicono che i roghi sarebbero davvero ingigantiti dal “climate change”, anche se gli stessi scienziati pagati dall’Onu ammettono una variazione di appena un grado, in cento anni. Per fortuna, ora arriva l’epocale Green New Deal, cioè i miliardi stanziati (teoricamente) per l’emergenza sanitaria. Obiettivo: abbandonare il petrolio e passare all’elettrico. E dove mai lo si ricaverà, quell’immenso quantitativo di energia elettrica? Vuoi vedere che tra un po’ spunterà – altrettanto magicamente – il verdissimo “nucleare nuovo”, sul quale si è appena pronunciato Roberto Cingolani, ministro del governo Draghi, che qualcuno ha inserito tra le fila dei soliti 5 Stelle?

Oggi, lo vediamo, aumentano in modo esponenziale le nostre difficoltà, specie da quando si è insediato Draghi a Palazzo Chigi. Ve lo confesso: sono proprio contento, che al governo ci sia Draghi. Tutto quello che ci sta imponendo – il vaccino-Covid, il “green pass” obbligatorio – rappresenta una cartina di tornasole: ti rendi conto di chi è chi. Certo, devono succedere cose, per capire chi sta con chi. Abbiamo capito che tutto l’arco costituzionale (o meglio, incostituzionale) dipendeva dai capi di Draghi già prima che arrivasse Draghi; solo, faceva finta che ci fosse la democrazia. Oggi, con la scusa dell’emergenza, si sono detti: be’, possiamo passarci sopra, alla democrazia; possiamo rispondere direttamente al padrone, che fa un governo nel quale i ruoli fondamentali sono del Club di Roma, dei finanzieri, dei mondialisti. Così, spudoratamente. Ecco: siamo in risveglio, e il risveglio è il momento di guardare chi è con chi. Anche nel mondo new age, alcuni “guretti” vari di sono scoperti. Bene: utile. Grazie a Draghi.

(Fausto Carotenuto, dichiarazioni rilasciate a Fabio Frabetti nella diretta del 15 agosto 2021 sul canale YouTube di “Border Nights”. Già analista d’intelligence, Carotenuto ha fondato il network “Coscienze in Rete”, di ispirazione steineriana, e nel 2005 per UnoEditori ha pubblicato il saggio “Il mistero della situazione internazionale”, lettura in chiave spiritualistica della geopolitica e della stessa piramide invisibile dell’attuale potere mondiale).

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LA SALUTE MINACCIATA (ANCHE) DAI VESTITI CHE INDOSSIAMO

di Marzia MC Chiocchi


La moda nacque principalmente per la necessità di coprirsi, e anche con precise funzioni di distinguere le varie classi sociali. Nei secoli, è stata prerogativa delle famiglie ricche, sopratutto per l’alto valore dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale.

L’abito ha da sempre rappresentato qualcosa di straordinario ed unico, capace di trasmettere emozioni e sensazioni in chi lo guarda e lo indossa. Ma, buona parte della moda, negli ultimi anni, non sembra rappresentare tutto questo al meglio.

La Fast Fashion

La globalizzazione è entrata prepotentemente anche in questo settore, come rilevato da studi economici e medici. Domanda e profitto, per stare al passo, hanno creato la cosiddetta Fast Fashion (moda veloce) che produce e vende capi economici, proponendone sempre di nuovi a ciclo continuo e a basso costo.

Sebbene appetibile sul mercato, intorno alla Fast Fashion c’è inconsapevolezza, sugli eventuali rischi per la loro salute. Dai rapporti sull’ambiente, l’industria della moda veloce sarebbe la seconda più inquinante al mondo per lo scarico di coloranti e sostanze chimiche utilizzate per la produzione.

Problemi alla pelle

Esempio di dermatite

Gli studi forniti dai dermatologi italiani, parlano di problemi alla pelle in aumento, ed in particolare di dermatiti. Da una classifica in percentuale, l’8% delle malattie dermatologiche italiane, dipenderebbe dal contatto con l’abbigliamento, di cui il 69,1% a causa degli accessori e il 14% delle calzature. Senza considerare i casi sospetti, non ancora accertati, che riguardano il 30%delle persone affette da malattie della pelle.

In questi anni sono cambiati coloranti e tipi di tessuto, e la nostra pelle, sottoposta a sostante tossiche, si sta ribellando, procurando dermatiti e forme allergiche che, entrando nel sangue, rimarranno per sempre nell’organismo, rendendolo così sensibile da svilupparne anche altre nel corso della vita.

Le sostanze più pericolose

Sostanze chimiche in laboratorio

Tra le sostanze più pericolose presenti nei capi d’abbigliamento, per i dermatologi, vi sono:

– La Colofonia, residuo solido ottenuto dalla distillazione della resina di varie conifere, da cui si ricava la trementina usata per produrre coloranti. La possiamo rilevare nei cerotti, nastri adesivi, colle, cosmetici, makeup up, matite, stick per labbra.

– Ammine aromatiche derivate dall’ammoniaca.

– Formaldeide. Negli abiti viene usata come antimuffa, e per evitare le pieghe sul tessuto. È sostanza facilmente identificabile quando, toccando la stoffa percepiamo una patina tra le dita. Risulta quindi fondamentale lavare i vestiti appena acquistati, preferibilmente senza ammorbidente in quanto, spesso, la formaldeide è presente anche in questo prodotto.

– Organostamici. Utilizzati per la produzione di poliestere.

 Ftalati. Composti chimici per la produzione, il modellamento e la flessibilità delle materie plastiche. Usati per le stampe in rilievo di maglie e felpe. Sono interferenti endocrini, che potrebbero alterare lo sviluppo ormonale.

I rischi per i bambini

Tanto più dannosi, se entrano in contatto con la pelle dei bambini, maggiormente a rischio perché tendono a sudare di più, favorendo la penetrazione degli allergeni a livello cutaneo. Per questo, dovrebbero indossare capi meno colorati, o, in ogni caso, meno frequentemente.

Alla luce di tutto ciò, dovremmo fare attenzione non solo a quello che mangiamo, ma anche a quello che indossiamo. I pericoli, infatti, arrivano anche dall’esterno, perché la nostra pelle non è una muta da sub, che funge da isolante, ma una spugna.


In ogni caso occorre rassicurare i consumatori, senza creare allarmismi. Le sostanze chimiche sono presenti in molti capi di vestiario ma non in tutti, e comunque è importante che le quantità siano a norma e non superino le percentuali di legge.

Scarsa informazione sulle etichette

Etichette per abitu

Le tutele per il settore tessile, In Italia e in Europa, esistono, però sono frammentarie. Oltre alle normative, una forma di controllo, dovrebbe essere rappresentata dalle etichette, ma non sempre è così, perché queste nascondono spesso insidie e raccontano troppo poco del vestiario. Più in generale, indicano solo il tipo di tessuto, la provenienza, e nient’altro.

In base ai dati forniti dall’ Import, il 15%dei capi che entrano nel nostro Paese, non avrebbe etichetta, e il 44% l’avrebbe sbagliata.

Sfruttamento in Asia

Nei paesi poveri i bambini vengono avviati al lavoro minorile incontrollato

Molte delle catene italiane ed europee producono nel continente asiatico, in Paesi con scarse normative sul settore. Buona parte dell’abbigliamento proveniente da quei luoghi – come capi supercolorati, blu o neri, molti elastici della biancheria intima, calze e gli oggetti metallici – presenterebbe dei rischi per la salute. Inoltre, il cotone, nonostante sia una fibra naturale, provenendo dall’Asia, potrebbe presentare sostanze allergiche, perché coltivato con pesticidi e insetticidi in quantitativi per noi fuori legge.

La Fast Fashion, così, si basa su cicli di produzione continui sempre più ravvicinati, per esportare più collezioni annuali a prezzi di concorrenza. Di fronte ad una tale situazione è quindi impensabile credere di confezionare l’abbigliamento seguendo percorsi sostenibili, che invece hanno un alto valore di mercato. Possiamo affermare, per questo, che il cinismo di determinati settori della moda è ancora più colpevole perché consapevole.

Shopping in aumento con la Fast Fashion

Lavoratori sfruttati e costretti a lavorare in condizioni precarie

Con l’avanzare della moda veloce, in termini di numeri, ogni anno, acquistiamo il 40% di abbigliamento in più rispetto a venti anni fa.

Il 97% viene prodotto nei Paesi in via di sviluppo, dove lavorano molti bambini dai dodici anni di età in su. Nel mondo, circa quarantamilioni di persone lavora solo nel settore tessile.

Quattromilioni solo in Bangladeshdistribuiti in circa cinquemila fabbriche per vari marchi occidentali. Gli operai sono costituiti per la maggior parte da donne, con salari minimi di tre dollari al giorno, che lavorano in luoghi fatiscenti anche a rischio crollo, mettendo in pericolo la propria vita.

Avido business anche quello della moda, che concentra la ricchezza in poche mani, ottenendo enormi ricavi, senza predisporre tutele per i più deboli e bisognosi. Ignora il valore della vita, e riduce migliaia di persone in una sorta di schiavitù moderna. Un business, anche questo, che è l’esempio lampante della globalizzazione fuori controllo.

Il buon esempio italiano

Marchio di alta qualita’

Ma nella nostra Italia, c’è anche del buono. I distretti del Nord-Ovest, Biella e dintorni, nonostante abbiano visto la chiusura di numerose piccole/medie aziende del tessile, stanno ancora resistendo grazie alle famiglie storiche che, da generazioni, producono filati.

Esse stanno percorrendo una strada in controtendenza, puntando solo all’altissima qualità, tutelando il filato, la tessitura e il prodotto, insieme ai lavoratori. Grazie alle loro possibilità economiche, le grandi famiglie, i cui nomi riecheggiano in tutto il mondo, con il vero Made in Italy, hanno investito in ricerca e tecnologia, per esportare il cashmere e la vigogna migliori, riservate solo agli acquirenti certamente più facoltosi, ma tutelando la filiera e i posti di lavoro di intere famiglie.

In conclusione, spendere poco per vestirsi bene, cambiando spesso abito, è diventata la norma per gran parte delle persone, e questo, problematiche e rischi sopraelencati a parte, è adesso il motivo del successo della Fast Fashion. La vera qualità quindi esiste, ma è riservata a chi se la può davvero permettere.

Questo articolo è condiviso dal Comitato Tecnico Libera Informazione (Co.Te.L.I.), che vede la collaborazione di diversi giornalisti e blogger, supportati da un team di medici ed avvocati, formatosi con l’unico intento di collaborare per la ricerca e condivisione della Verità sui principali fatti di rilevanza sia nazionale, che europea, che mondiale]

Quanti veleni nel nostro cibo quotidiano!

di Marzia MC Chiocchi

Epoca di grandi eccessi, quella che stiamo vivendo! Cio’ avviene persino in tema di dieta, e sta mettendo a rischio la nostra salute. Ad esempio, l’esasperata ricerca di cibo cosidetto “sano” può diventare, a lungo termine, pericoloso per i numerosi trattamenti e le sostanze che l’industria alimentare utilizza. Grazie all’aiuto di esperti del settore, analizziamo alcuni dei prodotti che, con più largo consumo, finiscono sulle nostre tavole.

Il Pomodoro

Era considerato il nostro “oro rosso” per il buon sapore e il colore pastello dai toni più o meno accesi, espressione di quella positività, energia e passionalità, caratteristiche tutte italiane. Ma la logica dei grandi numeri nella distribuzione mondiale, sta facendo perdere passo dopo passo la visione poetica di questo ortaggio, archiviandola come un mero ricordo, lasciandone vivere la sua genuinità solo a chi, più fortunato, riesce a coltivare il proprio ortaggio, fuori dalle logiche globali.

Semi made in “multinazionale”

il seme del pomodoro, infatti, come quello di altre verdure non e’ più solo in mani italiane. Sugli scaffali di tanti supermercati le confezioni della passata, dal colore invitante, spesso nascondono differenti verità. Esempio: il mercato dei semi da conserva è nelle mani delle multinazionali, che chiedono un prodotto rosso brillante, omologato nella forma, consistente nella polpa, non soggetto a spaccature. L’industria chiede di “creare” un pomo dalla buccia resistente perché non si rovini e non si rompa durante la fase di raccolta automatizzata. L’intera coltivazione deve essere omogenea per evitare anche scarti e sprechi. Per questo, molta selezione viene effettuata in laboratorio, perché siano soddisfatte tutte le esigenze e richieste del commercio globale. In questo modo vengono preparati semi che producono pomodori con più o meno acqua, colore più o meno rosso, nelle varianti per conserva e da tavola, e nel rispetto anche della forma e della grandezza. Tutto deve essere coltivato secondo regimi omologati, come le multinazionali esigono.

il Ministero delle Politiche Agricole, a tal proposito, ha elaborato il catalogo delle varietà e specie di ortaggi derivanti da sementi ibride di laboratorio, identificate da codici specifici, a conferma di quanti semi siano nelle mani delle compagnie sementiere.

Come aggirare il sistema

La produzione è quindi blindata e i semi non conformi non possono essere scambiati sul mercato ufficiale. Per aggirare il sistema, in Europa, molti attivisti che intendono preservare la vera agricoltura biologica, inviano ai Paesi più poveri (in America Latina in particolare), grosse quantità di semi tradizionali e naturali, nascosti nel fondo delle confezioni di prodotti da esportazione come i biscotti.

Pomodoro San Marzano

Se non adottassero questo stratagemma l’America Centro Meridionale, ad esempio, sarebbe costretta a sborsare alle multinazionali, ingenti somme di danaro di cui non dispone, per avere sementi di natura ibrida. Questo meccanismo che permette di superare le dogane senza problemi, nel tempo si e’rivelato interessante anche per salvaguardare le biodiversità.

Per limitare i danni, Toscana, Campania e Puglia, trent’anni fa costituirono la Banca delle Sementi, grazie alla quale si sono salvati i semi tutti naturali del pomodoro San Marzano, che rimangono di proprietà delle tre Regioni. Infatti sono pomi che preservano il sapore, dalla buccia morbida, che devono essere pelati manualmente, ideali per la pizza e per la preparazione di sughi gustosissimi, di ottima qualità’ e più costosi. Tutte le caratteristiche che il frutto coltivato da semi ibridi ha perduto. Inoltre è sempre più dilagante l’uso di pesticidi maturandi, irrorati sui pomi ancora acerbi, che li fanno crescere piu’ velocemente per i bisogni del mercato.

Gelato

Due le qualità per la distribuzione: artigianale e industriale, ma anche la prima può nascondere delle insidie per la presenza di numerosi coloranti, e per il mancato rispetto di alcuni procedimenti che dovrebbero rendere il prodotto tale al 100%. Il vero gelato artigianale prevede una lavorazione più lunga rispetto a quella industriale, grazie all’utilizzo di ingredienti naturali semplici e freschi.

Purtroppo non esiste una regolamentazione certa che determini la completa artigianalita’ del prodotto. Il gelato, in Italia, può avvalersi anche di semilavorati con pasta di frutta al 100% o con miscele più complesse. Per la sua tutela e’ nata l’Associazione Gelatieri che, seguendo un codice etico, produce il profitto senza l’uso di coloranti, grassi idrogenati, polveri varie e aromi, con il solo scopo di rispettare la qualità e soddisfare il vero gusto. Ma di questa associazione fa parte un numero troppo ridotto di gelaterie, rispetto alle numerose esistenti in Italia.

Sapore artificiale

Produrre con soli ingredienti naturali è sempre meno conveniente. Prendiamo ad esempio la Vaniglia. La bacca naturale costa qualche centinaio di euro al chilo. Per questo e’ molto più economico acquistare i preparati in busta al sapore di vaniglia, che ne esprimono l’aroma. Per crearli, spesso, viene utilizzata la crusca di riso che, lavorata in laboratorio fornisce una polvere somigliante alla vaniglia. L’industria aromatiera, negli anni, e’ stata quindi capace di riprodurre numerosi aromi, clonando la struttura dei singoli ingredienti, e individuandone addirittura le particelle molecolari. Il mondo globale dell’alimentazione ha poi lavorato su vista e psicologia, studiando la stimolazione creata dagli aromi, sia per il gusto che per l’olfatto, accentuandone forzatamente il sapore.

Pane

La farina ingrediente fondamentale per l’impasto del pane, deriva dal chicco di grano da cui si estrae anche crusca, glutine e amido, tutte sostanze naturali che, per le varie esigenze del mercato, troppo spesso vengono lavorare perdendo la loro genuinità. Il pane quotidiano non e’ sempre tradizionale e fresco come vogliono farci credere. In molti casi la sua lievitazione e’ così rapida che, in tre ore, il pane e’ pronto per le nostre tavole. I panificatori che non prendono, per così dire, “scorciatoie”, fanno lievitare l’impasto dalle 24 alle 48 ore come tradizione vuole, per avere un prodotto sano e di massima digeribilità’. In caso contrario si fa uso di miglioratori, ovvero, additivi. Una vera assurdità. Ma l’Europa tutela i furbi e l’ultimo regolamento approvato nel 2011 consente l’aggiunta di sostanze ed enzimi come i coadiuvanti tecnologici. In molti supermercati il pane acquistato già confezionato può essere stato anche preincartato settimane prima, dopo che l’impasto e’ stato scongelato per essere infornato, finendo, poi, sugli scaffali come prodotto fresco. Procedure ammesse dalla legge per la grande distribuzione, che fanno un’ingiusta concorrenza ai panificatori privati.

Per accelerare la lievitazione l’Unione Europea ha approvato l’utilizzo di una serie di sostanze (Fosfilifasi, Alfa Beta Amilasi, Emicellulasi, Cilanasi, Transglutaminasi, Amilasi malto genica), da cui spesso traggono origine le numerose intolleranze alimentari.

L’industria del pane e le intolleranze alimentari

Farina malto genica: può dare allergia respiratoria e irritazione gastrointestinale

Farina integrale: poco raffinata, contenente un’alta percentuale di fibre, utilizzata per la produzione di biscotti e di altri prodotti confezionati, spesso non è proprio tale, ma nasce dalla miscela di farina bianca mischiata a crusca. Con la produzione industriale si sta esaurendo anche la cultura del lievito madre, che prevede tempi lunghi di preparazione a vantaggio del lievito commerciale a fermentazione rapida.
Così, negli ultimi cinquant’anni, è stato stravolto anche il pane, l’alimento più antico e diffuso, rendendo molte persone intolleranti al glutine, una delle proteine da cui e’ sempre stato composto. Il glutine di per se è di difficile digestione, ma può essere più facilmente digeribile grazie ad una lievitazione di 16/18 ore, che ne evita intolleranze anche gravi, per aver lasciato scaricare il carico tossico dell’enzima. Tra queste, la più diffusa è la celiachia, infiammazione cronica dell’intestino tenue, che sta rischiando di dilagare come un’epidemia.

Il mondo cambia anche sulla tavola

Tanti i disastri alimentari, che dimostrano quanto l’ambiente e la cultura stiano cambiando velocemente senza che il nostro organismo riesca ad adattarsi allo stesso ritmo delle esigenze commerciali globali. Attenzione, invece, a chi non ha problemi a digerire il glutine. Chi lo elimina a prescindere, rischia di assumere più grassi e calorie che potrebbero creare altri problemi, in quanto il glutine va sostituito con altre sostanze. Eliminarlo significa necessariamente dover assumere, ad esempio, più carne, verdure, frutta, olio d’oliva e noci.
Ma il mondo, con la sua evoluzione fuori controllo non si ferma più, e per ristabilire un certo equilibrio, dovremmo tornare indietro di almeno 2/3 generazioni. Ma non essendo più possibile, dovremmo solo essere capaci e coerenti nel saperci assumere le responsabilità di tutte le conseguenze di scelte spavalde.