Se il fine giustifica i mezzi, che cosa giustifica il fine?

La politica estera italiana dimostra ancora una volta la propria congenita debolezza, tentando di imporre un punto di vista, ma sempre sottomesso al volere di chi è più forte…

di Roberto Roggero

L’aforisma del ben noto Nicolò Machiavelli, pur vecchio di secoli, si dimostra sempre attuale e adattabile a molte situazioni. Si dovrebbe però corredare con una ulteriore affermazione: dovrebbe esserci qualcosa che giustifica il fine…

Una delle numerose situazioni a cui si adatta il principio politico è essere il rapporto fra diplomazia italiana, europea e internazionale, con riferimento a esigenze particolari e casi singoli, che comunque non possono essere considerati a sé stanti, in quanto anelli di una catena, che si influenzano a vicenda, e non sempre con esiti positivi.

Ciò che riguarda più direttamente il sistema Italia è certo l’area del Mediterraneo, con attori che sono ovviamente tutti i Paesi che vi si affacciano, o che abbiano con tale area rapporti di qualche tipo, in prevalenza commerciali. E’ ovvio che a seconda dell’importanza commerciale (e politica), ogni Paese ha un proprio approccio e linea programmatica da seguire.

Nonostante gli innumerevoli esempi della storia millenaria, che ha confermato più volte il ruolo egemonico dell’Italia in questo scacchiere, in virtù della posizione geopolitica, il suo peso però non è mai stato quello che dovrebbe essere. Le ragioni di questo fallimento annunciato sono molteplici, alcune prevedibili, e rimane il fatto che vi siano interessi monotematici addirittura banali, e comunque anacronistici.

Il meccanismo che dovrebbe migliorare gli obiettivi di una nazione come l’Italia, nell’area internazionale non cambiano, ma neppure ingranano. A questo punto un dubbio: la causa di questo malfunzionamento non sarà mica da cercare nei meccanismi, nemmeno tanto oscuri, di una linea politica comoda e accomodante, o comunque inscindibilmente legata ai soliti interessi commerciali a breve scadenza? Un giro di parole che, in sintesi, si riduce a tre costanti fin troppo scontate: petrolio, energia, commercio, non necessariamente in quest’ordine. Si può andare anche oltre, e ridurre le varianti a due: economia politica e politica economica, che non sono la stessa cosa.

L’ambiguità politica, le convenienze derivanti da taciti accordi e le inevitabili conseguenze, anche di modesto valore, sono specialità tutta italiana; peccato che oggi la guerra commerciale si combatte con altri metodi, cifre e volumi. Sarà per questo che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è andato in Libia a incontrare il presidente turco Recep Erdogan, tutelandosi, pochi giorni prima, per ben apparire agli occhi della comunità internazionale, con una telefonata a sostegno di quegli “inderogabili diritti umani” che a Erdogan fanno venire la febbre solo a parlarne.

Nei corridoi di Palazzo Chigi, il colloquio Draghi-Erdogan è stato definito “articolato”, termine squisitamente politichese, senza approfondire i dettagli che hanno avuto come fulcro i rapporti fra Turchia e Unione Europea, il Mediterraneo (orientale e non solo), la Libia, le sfide globali e le priorità della presidenza italiana del G20.

Il premier italiano ha espresso preoccupazione per il rispetto dei diritti umani in Turchia, sistematicamente calpestati in periodiche escalation di violenza ai danni di qualsiasi forma di opposizione.

Nel corso della telefonata sono stati discussi anche rapporti bilaterali e relazioni multilaterali che, tradotto dal politichese, significa: come, dove e soprattutto quanto, lasciando nel dimenticatoio ogni forma di protesta, fra cui quella degli europarlamentari di Bruxelles di fronte all’ambasciata turca per chiedere all’Unione un drastico interventi contro le repressioni ordinate da Erdogan.

E’ ben noto che il sultano di Ankara, come alcuni altri leader (fra cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu) non si fa problemi nel fare carta straccia di ogni Risoluzione delle Nazioni Unite o dichiarazione ufficiale di qualsivoglia organismo internazionale, che vada contro i propri interessi, e su questa linea infatti, è molto probabile, se non certo, che anche la telefonata di Draghi finisca nel cestino, o peggio. Quel che è peggio, però, è che lo stesso Mario Draghi sapeva benissimo che il suo appello ai diritti umani non avrebbe trovato alcuna accoglienza nelle stanze del potere di Ankara. Il tutto si è ridotto a una “comunicazione come da protocollo” che, nella maggior parte dei casi, sono semplicemente ridicole, oltre che completamente inutili. Come inutile è la polemica sorta sul fatto che la presidente della Commissione Europea sia rimasta in piedi ad attendere che Erdogan salutasse il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, prima di essere accolta a sua volta. E’ stato solo un messaggio, sottile e diretto. Come significativo è il fatto che siano stato i vertici dell’UE a chiedere udienza a Erdogan, e a recarsi ad Ankara per discutere la gestione dei flussi migratori.

Da non trascurare il fatto che la UE ha già stanziato oltre otto miliardi di euro a beneficio della Turchia in questo campo, e che non siano stati fatti commenti su questioni altrettanto e più fondamentali, come i giacimenti di gas naturale, il commercio dai punti di sbocco al Mediterraneo da Paesi assolutisti come l’Azerbaijan, che la Turchia sostiene militarmente ed economicamente contro Armenia e Nagorno-Karabakh. E senza rispolverare questioni antiche, e tuttavia non risolte, come il riconoscimento del genocidio armeno.

A questo punto, si apre un’altra questione decisamente spinosa provocata dalle ben poco edificanti iniziative di certi parlamentari italiani in visita a Baku (capitale dell’ Azerbaijan) e ai fantasiosi quanto risibili proclami personali in aula parlamentale (ogni riferimento alla senatrice Urania Papatheu è puramente voluto). Il tutto per elemosinare qualche piccola fetta della torta caucasica.

Mario Draghi, Ursula von der Leyen, Charles Michel, e altri alti rappresentanti del mondo cosiddetto “democratico”, si sono quindi messi in fila come bravi alunni in attesa della merenda, distribuita dal severo signor maestro Erdogan, senza dare il giusto valore al fatto che alla Turchia non conviene più, come qualche anno fa, avvicinarsi se non entrare a far parte dell’Unione Europea, soprattutto se si considera l’evoluzione degli ultimi mesi e l’accordo Russia-Turchia (in Siria rivali a sostegno reciproco). Un accordo che si gioca soprattutto in Caucaso, con l’Italia che sta cercando di raccogliere qualche vantaggio, magari barattando una cooperazione di altra natura in Libia, dove la Turchia sta cercando a sua volta di garantirsi determinati volumi di forniture.

Nonostante le proteste, Draghi si è recato all’incontro di Tripoli, senza badare più di tanto alla violazione dei diritti umani in Turchia. In Libia, non a caso, Draghi ha incontrato anche Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, il nuovo premier riconosciuto, ma è difficile credere che anche in questo caso, il presidente del Consiglio italiano non sia stato informato sulla situazione dei diritti umani nel Paese nordafricano. Non è certo una colpa di Mohammed Dbeibeh se in Libia in diritti umani sono calpestati, poiché solo dal 15 marzo scorso è stato nominato primo ministro, dopo la drammatica guerra che ha visto su fronti opposti Khalifa Haftar e Fayez Al-Serraj, e per decisione di una Commissione Internazionale sostenuta dalla missione ONU in Libia (USMIL), per altro al centro di polemiche per sospetti brogli e compravendita di voti per mettere lo stesso Dbeibeh alla guida di un organismo che porti il Paese alle elezioni fissate il 21 dicembre 2021. Poco importa se la famiglia Dbeibeh, di Misurata, è intimamente legata a quella di Saif Al-Salam Al-Gheddafi, secondogenito dell’ex rais.

Senza sapere chi sarà la prossima massima autorità della Libia, o se lo stesso Dbeibeh possa essere confermato (cosa che i più danno come ben poco probabile), i governi che hanno interessi nel Paese nordafricano (Italia in primis) devono muoversi in anticipo, per garantirsi la continuità dei contratti miliardari legati alle ricchezze locali.

L’ipocrisia della diplomazia italiana è confermata poi dal fatto che il Memorandum of Understanding, formato dall’ex premier Paolo Gentiloni e dallo stesso Al-Serraj, pur profondamente criticato, è ancora in vigore, nonostante i cambiamenti avvenuti in Libia, dove ancora oggi vi sono presenze militari russe, turche, jihadiste, siriane, e le varie fazioni tribali, sullo sfondo degli enormi interessi legati all’estrazione, raffinazione e commercio del petrolio. Il rischio, sempre più reale, è che l’attuale premier libico non sia confermato alla guida del Paese, e quando avverrà, la fetta maggiore della torta nordafricana sarà quella russo-turca. L’Europa non può permettersi questo lusso.

A questo punto, riuscirà il presidente del Consiglio Mario Draghi a portare avanti quel ruolo di apripista dell’Europa, e a controbattere le mosse dell’asse Russo-Turco? Il tutto considerando anche l’arma che Erdogan ha l’opportunità di sfruttare politicamente, ovvero le migliaia di sfollati ammassati ai confini meridionali della Turchia, ai quali Erdogan potrebbe aprire le porte verso l’Europa.

Non curante di tutto questo, il presidente turco continua a sorvolare sui mutamenti sociali a livello internazionale, mentre soffoca quelli interni che non siano allineati al sogno di restaurazione dell’impero ottomano e, a tale scopo, ha approfittato di situazioni di crisi, come quella in Siria, per espandere il proprio potere. Il quadro d’insieme è quindi decisamente desolante, perché mostra come la “Ragion di Stato” sia sempre in primo piano, rispetto a tutte le altre priorità. A questo punto, se il fine giustifica i mezzi, che cosa giustifica il fine?7

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