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27 Maggio 2023 – Redazione

 

Fallisce dopo 102 anni la storica azienda dolciaria Paluani. Di proprietà della famiglia Campedelli era famosa per la produzione di pandori, panettoni e colombe pasquali.

La storica azienda dolciaria veronese Paluani fallisce. Fondata nel 1921, la società la cui sede storica è a Dossobuono, ha dichiarato fallimento. Così, dopo la squadra di calcio del Chievo, la famiglia Campedelli si ritrova a dichiarare a dire addio un altro pezzo della propria storia imprenditoriale.

Il tribunale di Verona ha dichiarato il fallimento della Paluani Spa, la storica azienda dolciaria di Dossobuono di proprietà della famiglia Campedelli. Fondata nel 1921, per 100 anni ha prodotto pandori, panettoni e colombe ed è stata anche sponsor del Chievo Verona, società calcistica anch’essa fallita, sempre di proprietà della famiglia CampedelliPaluani aveva un debito che si aggirava intorno agli 82 milioni di euro.

Attività produttive cedute alla Sperlari  Come riportato da l’Arena, il fallimento della Paluani arriva dopo che il grosso delle attività produttive – marchio e stabilimento – era stato ceduto un anno fa alla Sperlari, che fa capo al gruppo dolciario tedesco Katjes International. Quest’ultimo aveva partecipato a un’asta della sezione fallimentare e nel luglio 2022 era riuscito a entrare in possesso delle attività produttive in cambio di un assegno da 7,6 milioni di euro, giusto in tempo per organizzare la produzione in vista della campagna natalizia.

La dichiarazione di fallimento  L’azienda dolciaria a quel punto ha preso due strade: da una parte la Paluani 1921 acquisita da Sperlari è andata avanti a produrre, mentre la Paluani Spa, detentrice degli immobili (in parte venduti), ha imboccato la via della procedura di concordato. Opzione che però non ha funzionato: la sentenza di fallimento con revoca della procedura di concordato è stata motivata contestando all’azienda una serie di criticità fra le quali le scarse possibilità di riuscire a soddisfare i creditori. A fronte di un ammontare complessivo di quasi 82 milioni di euro richiesti, la somma che la Spa rendeva disponibile era inferiore a un milione. Con la dichiarazione di fallimento decisa dal tribunale sono stati nominati nuovi curatori per gestire la situazione dell’azienda.

FONTE: TGCOM 24

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26 Maggio 2023 – Redazione

 

Nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 un furgone Fiat Fiorino imbottito di 277 chili di tritolo esplose in via dei Georgofili, a Firenze, accanto alla Galleria degli Uffizi. La strage, compiuta da Cosa Nostra, uccise 5 persone (e ne ferì 48): i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (31 anni), le loro figlie Nadia (9 anni) e Caterina (appena 50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni). L’attentato fa parte della scia delle altre stragi del 1992-1993 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico. Nel 2002 la Cassazione ha confermato 15 ergastoli per la strage: tra i condannati Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro.

In occasione dei 30 anni da quel terribile attentato, il «Corriere» ha incontrato a Firenze Luigi Dainelli, parente della famiglia Nencioni e presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili; il direttore degli Uffizi Eike Schmidt e Anna Maria Petrioli Tofani, all’epoca dei fatti direttrice degli Uffizi.

Luigi Dainelli, lo zio delle piccole Nadia e Caterina

Incontriamo Luigi Dainelli a La Romola, frazione di San Casciano val di Pesa (Firenze) dove si trova il parco dedicato a Nadia e Caterina Nencioni, le bambine vittime della strage insieme ai loro genitori e allo studente Capolicchio. In questa frazione nacque Fabrizio Nencioni, che poi si trasferì a Firenze con la moglie e la famiglia, quando alla moglie offrirono un posto come custode dell’Accademia dei Georgofili. «Il 23 maggio avevano battezzato Caterina e si fece la festa qui — ricorda Nencioni — nella solita chiesa a Firenze, il sabato dopo, ci furono i funerali: si passò da una grande gioia a loun dolore immenso». Nel video, Dainelli ripercorre quella notte e poi racconta: «Si capì quasi subito che non si trattò di una fuga di gas, c’era odore di polvere da sparo e il Fiorino era disintegrato, addirittura una parte del motore finì dall’altra parte del fiume Arno. Poi il giorno dopo trovarono il cratere dov’era stata parcheggiata l’autobomba». L’uomo poi ci racconta anche la nascita della poesia «Il tramonto», scritta da Nadia pochi giorni prima di morire. E che, lo scorso 16 gennaio, è tornata a essere ricordata dai media per l’arresto di Matteo Messina Denaro, intitolato proprio «Operazione Tramonto», in ricordo della piccola vittima di 9 anni, su volontà del colonnello Lucio Arcidiacono, che ha guidato la squadra di «cattura» del boss. Dice Dainelli: «In via dei Georgofili i tramonti non si vedono, quindi quando Nadia veniva a La Romola forse ne era rimasta affascinata: così ha scritto questa poesia. È rimasta conservata in un quaderno a scuola e la maestra ce l’ha restituita. Oggi io la porto nelle scuole per raccontare». La poesia porta la data del 24 maggio, 3 giorni prima dell’attentato: «Il pomeriggio/ se ne va./ Il tramonto si avvicina,/ un momento stupendo,/ il sole sta andando via (a letto)/ è già tutto finito».

Eike Schmidt: «Un restauro di valore estetico, ma anche morale»

Il direttore della Galleria degli Uffizi ci accoglie nei Depositi del museo dove sono conservate le due opere di Bartolomeo Manfredi (1582-1622; il suo «Giocatori di carte» è stato restaurato 25 anni dopo la strage) e di Gherardo delle Notti(1592-1656) che sono state quasi distrutte dall’attentato, poi recuperate dopo un restauro importante durato anni, e che ora sono esposte permanentemente per commemorare i 30 anni dall’attentato. «Immediatamente dopo l’attacco si è costituita l’Associazione Amici degli Uffizi che hanno organizzato una raccolta fondi per poter restaurare le opere. All’epoca più di 500 opere rimasero ferite dalla forza dell’esplosione — racconta il direttore —. Le due opere restaurate presentavano dei frammenti neri che sembravano cenere, e che in realtà erano parti bruciate della tela; poi un computer li ha rimessi insieme. Questi quadri hanno molte lacune oggi, parti che non esistono più e che sono andate bruciate per sempre. Restano piccoli frammenti che sono stati messi insieme. Il processo della ricostruzione materiale di quello che è rimasto rappresenta un forte segno contro la distruzione e la criminalità organizzata. Questo è un lavoro non solo di natura storica ed estetica, ma anche morale.»

Anna Maria Petrioli Tofani, l’ex direttrice che riaprì gli Uffizi in soli 20 giorni

«Quella notte fui svegliata da una telefonata angosciata dai custodi della Galleria che mi dissero che era avvenuto un episodio di cui non si capiva l’origine». A raccontare le prime impressioni di quella notte è Anna Maria Petrioli Tofani, direttrice degli Uffizi dal 1987 al 2005: «Tremai all’idea di entrare al museo quando mi resi conto della devastazione. I danni maggiori erano all’altezza dell’accesso al Corridoio vasariano, dove erano esposti i dipinti della corrente caravaggesca, e dove c si trovavano i tre dipinti che andarono distrutti in maniera irreparabile». Nonostante i gravi danni, tutto il personale lavorò giorno e notte e riuscì a recuperare in soli 20 giorni, racconta ancora l’ex direttrice, il 60% del museo: «Venti giorni dopo il presidente del Senato Giovanni Spadolini presenziò all’apertura. Poi per arrivare alla riapertura totale occorsero ancora un paio d’anni», ricorda. E infine: «Perché colpire proprio gli Uffizi? Si cercò di creare sconforto nella popolazione, di provocare un senso di pericolo e di impotenza , che forse avrebbe facilitato certe operazioni di natura politica. Gli Uffizi, poi, erano un nome noto in tutto il mondo e li hanno scelti per la loro visibilità. Quell’attentato scavalcò anche un fosso: fino a quel momento le opere d’arte erano considerate sacre, la testimonianza di una civiltà, le storiche e psicologiche di una popolazione».

 

FONTE: Corriere della Sera

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25 Maggio 2023 – Redazione

Secondo la Corte dei Conti d’Oltralpe, in un rapporto pubblicato lunedì 22 maggio, il governo francese dovrebbe “definire e rendere pubblica una strategia per ridurre” il numero di vacche allevate in Francia al fine di ridurre le emissioni di gas serra. Insomma se Macron vuole ridurre il CO2 deve sterminare un po’ di mucche.

Il rapporto viene pubblicato nello stesso giorno in cui il Primo Ministro Elisabeth Borne presenta un piano d’azione governativo che valuta la riduzione dei gas serra per i principali settori dell’economia e quantifica lo sforzo per l’agricoltura, con priorità alla riduzione dell’impatto degli allevamenti e dei fertilizzanti azotati.

La Francia, il più grande produttore europeo di carne bovina e il secondo produttore di latte dopo la Germania, ha circa 17 milioni di capi di bestiame. L’allevamento di bovini rappresenta l’11,8% delle emissioni del Paese.

Il bilancio dell’allevamento bovino per il clima è sfavorevole“, scrive la Corte dei Conti in una relazione sul sostegno pubblico agli allevatori.

La Corte sottolinea che il sequestro di carbonio da parte delle praterie dove pascolano gli animali è “ben lungi dal compensare le emissioni” dell’allevamento. Sul bilancio dell’allevamento peserebbero, secondo loro, soprattutto le emissioni di metano: la produzione di questo gas, che ha un effetto molto riscaldante ed è prodotto dalla digestione dei ruminanti e dei loro escrementi, rappresenterebbe, il 45% delle emissioni agricole francesi!!!!!!!

Se la Francia vuole rispettare i suoi impegni di riduzione delle emissioni di metano (…), dovrà necessariamente ridurre in modo significativo il suo patrimonio zootecnico”, afferma l’istituzione, che chiede al Ministero dell’Agricoltura di “definire e rendere pubblica” una strategia in questo settore.

Non più di 500 g a settimana nel piatto

La Corte osserva che il ministero le ha comunicato “le sue ipotesi sull’evoluzione del patrimonio bovino”, che potrebbe scendere a circa 15 milioni di capi nel 2035 e a 13,5 milioni nel 2050. La riduzione degli allevamenti è iniziata da tempo (-10% in sei anni). Ma “questa riduzione rimane incontrollata e non è realmente gestita dallo Stato, a scapito degli agricoltori“, osserva la Corte. Siamo in Francia, non basta il mercato sfavorevole a distruggere un settore, è necessario che intervenga lo stato.

Per l’istituzione, il calo del bestiame non inciderebbe sulla “sovranità” della Francia in termini di carne rossa, a condizione che i consumatori seguano le raccomandazioni delle autorità sanitarie di non consumare più di 500 grammi a settimana (soglia attualmente superata dal 28% degli adulti): infatti normalmente questa carne verrebbe semplicemente acquistata da altri paesi dove questi obiettivi non vengono seguiti in modo stretto, come l’Argentina o il Brasile.

Allo stesso tempo, raccomanda al Ministero di “sostenere meglio gli allevatori più in difficoltà” affinché possano “riorientarsi verso altri sistemi di produzione o cambiare il loro orientamento professionale”. Cioè cambiare mestiere. Magari gli agricoltori potrebbero entrare in politica.

Più in generale, ritiene che gli attuali regimi di aiuto agli allevatori siano “molto costosi” (4,3 miliardi di euro nel 2019). Certo Macron potrebbe tagliare questi aiuti, scatenando altri sommovimenti sociali a quelli già in atto per la riforma delle pensioni. Un modo per buttare un po’ di benzina sul fuoco.

 

Fonte: Scenari economici (Giuseppina Perlasca)

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25 Maggio 2023 – Redazione

Dalla media dei 6 V/m fino a 30 V/m, un salto nel buio. “Un innalzamento degli attuali limiti fissati a 6V/m, rimanendo sempre ben al di sotto del limite europeo di 60V/m, ad esempio 30V/m, garantirebbe il miglioramento della qualità del servizio (in termini di copertura) fin da subito, con effetti positivi sui cittadini in termini di voce e dati, riducendo l’impatto economico sugli operatori“. E ancora: “Aumentare gli attuali limiti rimanendo sotto i valori europei di emissione avrebbe il duplice vantaggio di rassicurare i cittadini più timorosi e venire incontro alle loro giuste preoccupazioni nella considerazione tecnica che più aumentano le potenze dei tralicci e meno emettono i dispositivi mobili che ogni cittadino porta con sé. Infine, un pieno e veloce dispiegamento del 5G“.

Sono alcuni dei passaggi nella bozza del Decreto Legge Telecomunicazioni allo studio del Governo Meloni: 5 miliardi di euro a sostegno delle compagnie telefoniche, accelerazione del 5G ma soprattutto aumento dei limiti soglia d’innalzamento elettromagnetico fino a 30 V/m (se sempre nei rilevamenti nella media delle 24 ore potrebbe dire molto di più). E’ quanto si legge nel testo che intende rivalutare, aumentandoli, i limiti dell’irradiazione di agenti possibili cancerogeni nell’aria: “Su proposta del Ministro delle imprese e del made in Italy, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica e con il Ministro della salute, si provvede nelle zone ove si renda necessario ad aumentare i valori di riferimento di cui al precedente comma, in linea con le politiche di sviluppo dei paesi dell’Unione Europea, le indicazioni della Commissione Europea e le linee guida Icnirp sui limiti di esposizione ai campi elettromagnetici”. Icnrip sta per la cosiddetta Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, il controverso organismo privato di non medici né biologi che stila le linee guida sulla sicurezza ambientale dell’elettrosmog e su cui si basa la presunta ma non dimostrata non nocività del 5G e su – però – dalle nostre parti cui pesa il verdetto di condanna della Corte d’Appello di Torino.

Ignorando quale possa essere stata la valutazione scientifica per individuare nei 30 V/m il nuovo limite di legge in tutta Italia, non si può non sottolineare come si voglia tentare ancora una volta di scavalcare completamente gli aggiornamenti in peer-reviewed disponibili in letteratura biomedica nelle numerose evidenze scientifiche, che invero dimostrano effetti biologici non termici ben al di sotto dei 6 V/m, anche molto gravi e fino a forme tumorali, motivo per altro delle raccomandazioni già contenute nei Report del Bioinitiative Group, del Parlamento Europeo nella Risoluzione del 2009 e dell’Assemblea del Consiglio d’Europa con la Risoluzione n° 1815 del 2011, in cui si invitano i governi nazionali ad un abbassamento dei limiti di legge a 0,6 V/m nell’immediato e a 0,2 V/m sul lungo termine, assodato che gli effetti sugli organismi viventi si possano manifestare già a valori di 0,002 V/m.

Per denunciare i gravi pericoli dell’inquinamento elettromagnetico nell’implementazione dell’inesplorata tecnologia wireless del 5G, priva di studi preliminari e parere sanitario preventivo previsto invero dalla Legge di Riforma Sanitaria n. 833 del 1978Alleanza Italiana Stop 5G il 1° Ottobre 2019 ha partecipato ad un workshop nel Parlamento europeo (relatore anche il Prof. Martin Pall della Washington University – USA) e il 5 Novembre 2019 presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati ha poi tenuto il convegno internazionale dal titolo “Moratoria nazionale, 5G tra rischi per la salute e principio di precauzione”, con la partecipazione di alcuni tra i massimi esperti al mondo sul tema, tra i quali la Dott.ssa Annie J. Sasco (22 anni di lavoro alla IARC di cui 9 anni come capogruppo e poi capo unità di epidemiologia per la prevenzione del cancro), il Prof. Olle Johansson (neuroscienziato già del Royal Institute of Technology e del Karolinska Institute) e i medici Dott. Marc Arazi (Francia) e Dott.ssa Patrizia Gentilini (oncologa, ISDE Italia, Medicina Democratica).

Anche per questo sul 5G è acceso il dibattito all’interno della Commissione europea, dove il Panel per il futuro della scienza e della tecnologia (STOA) il 7 Dicembre 2020 ha seriamente messo in discussione l’affidabilità delle politiche dettate dalla Commissione Internazionale sulla Protezione dalla Radiazioni non Ionizzanti (ICNIRP). Nella sessione presso l’Unità di previsione scientifica del Parlamento europeo, organo ufficiale composto da membri parlamentari attraverso il quale si definiscono – a livello comunitario – le valutazioni su scienza e nuove tecnologie per identificare strategie a lungo termine utili alle commissioni dell’UE nel loro ruolo decisionale, Arno Thielens del Ghent University – imec, Ghent (Belgio) ha infatti affermato come l’ICNIRP produca una documentazione parziale e non complessiva della letteratura biomedica disponibile, assente anche la parte sull’impatto nell’ecosistema (flora, fauna), mentre per il francese Gerard Ledoigt della Clermont Université, Clermont-Ferrand, le radiofrequenze onde non ionizzanti rappresentano “una tossicità e ICNIRP non è adeguata alla studio, serve una moratoria sul 5G per uno studio indipendente che chiarisca gli affetti“, così come Elisabeth Cardis dello spagnolo Global Radiation Programme al Barcellona Institute for Global Health, ha dichiarato di trovarci “a corto di ricerca sui protocolli di misurazione, sull’esposizione, nonché esperienze in vivo e in vitro per valutare l’impatto della rete 5G sulla salute ′′.

Per scongiurare il golpe elettromagnetico, nel 2021 gli attivisti dell’Alleanza Italiana Stop5G hanno dato vita anche ad uno sciopero della fame (135 aderenti a staffetta per 18 giorni), manifestazioni e sit-in nelle città, presidio per due settimane sotto Palazzo Montecitorio, oltre le 64.000 firme raccolte nella petizione. In decine di migliaia, poi, hanno seguito le interviste sullo speciale Il Golpe Elettromagnetico trasmesso su La Casa del Sole Tv.

 

FONTE:Maurizio Martucci – Oasisana.com

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25 Maggio 2023 – Redazione

 

Una rete di oltre 16mila chilometri di linee ferroviarie per connettere il Paese e rendere l’Italia sempre più digitalizzata. Correrà sulla capillare rete ferroviaria del Gruppo FS la sfida contro il digital divide e quella per la piena connettività dell’Italia, grazie alla diffusione lungo i binari di reti ultraveloci di nuova generazione, sia in fibra ottica sia in 5G. A stabilirlo un protocollo d’intesa siglato dall’amministratore delegato del Gruppo FS Luigi Ferraris, dal Vicepremier e Ministro delle Infrastrutture de dei Trasporti Matteo Salvini, dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Alessio Butti.

L’accordo dalla durata triennale prevede la posa di un cavo a fibre ottiche a uso pubblico su tutto il territorio nazionale, con priorità lungo le tratte ad alta velocità, che favorirà lo sviluppo di reti di comunicazione di nuova generazione, fisse e mobili. A beneficiarne sarà l’intero sistema Paese, grazie alla diffusione della rete veloce anche in quelle aree interne o periferiche, limitrofe alla rete ferroviaria, che ancora oggi sono afflitte da problemi di connettività che negli anni hanno determinato spopolamento e problemi economici e sociali.

“Sono molto soddisfatto di questo accordo che vede il nostro progetto Gigabit Rail&Road entrare a far parte del più ampio disegno nazionale di trasformazione digitale promosso dal Governo”, ha sottolineato l’AD di FS Luigi Ferraris. “La capillarità della nostra rete ferroviaria ci permetterà di portare la fibra ottica in aree oggi poco o per niente coperte, per migliorare la connettività e diventare così un fattore abilitante di molteplici processi di digitalizzazione. A beneficio dei nostri viaggiatori, ma anche di imprese, cittadini e, non ultimo, di un più efficace monitoraggio delle nostre infrastrutture ferroviarie e stradali, che per circa 12mila km camminano a poca distanza tra loro”.

Un passo avanti, dunque, verso la digitalizzazione del Paese, come ha sottolineato il Ministro Salvini, che potrà “superare il digital divide e implementare le sue reti infrastrutturali”. Il tutto, secondo il Sottosegretario Butti, puntando “sulla cooperazione e le sinergie istituzionali” come previsto dall’accordo che dà il via a un cofinanziamento da parte del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dal valore massimo complessivo di 550 milioni di euro. Fondi che consentiranno al Gruppo FS di accelerare il percorso di raggiungimento degli obiettivi di connettività fissati dal Piano Industriale decennale, a un anno dal suo lancio. Già oggi, inoltre FS ha completato il piano di connettività 4G su tutta la linea Alta Velocità Milano-Firenze, con l’intento di estendere entro il 2023 il servizio fino a Roma e Napoli, da Torino a Milano e da Bologna a Venezia.

Lo sviluppo della rete di comunicazione 5G, prevista dal Protocollo d’intesa, inoltre, andrà a beneficio anche dei passeggeri che potranno navigare online con stabilità e velocità a bordo dei treni, grazie alla copertura che riguarderà le tratte in galleria. La piena connettività garantita dal piano, inoltre, avrà impatti sullo sviluppo di una logistica sempre più integrata e digitale e sulla sicurezza e manutenzione delle infrastrutture. Il 5G, infatti, è l’abilitatore dell’internet of things alla base della manutenzione predittiva, che sfrutta la sensoristica avanzata per monitorare lo stato delle reti e intervenire in tempo. Senza trascurare l’impatto su cittadini, imprese, attività turistiche e su quelle che operano nel settore agro-alimentare, come dimostra la collaborazione già avviata in questo campo tra il Gruppo FS e Coldiretti

FONTE: FSnews

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23 Maggio 2023 – Redazione

 

E così, dopo 30 anni di processi, la corte di cassazione ha confermato le assoluzioni nel processo sulla, a questo punto bisogna dire, cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, scagionando definitivamente e completamente tutti i coinvolti, i politici, i dirigenti, i Carabinieri… tutti quanti per non aver commesso il fatto.

Assolti “per non avere commesso il fatto”, non perché “il fatto non costituisce reato” ma per non avere commesso il fatto, così recita una sentenza della Cassazione che ci riporta ai tempi di Corrado Carnevale, più di trenta anni indietro.

E’ una sentenza tombale, vengono prescritti anche i reati compiuti dalla controparte mafiosa, viene sancita la definitiva rinuncia dello Stato a fare Giustizia ad accertare la Verità.

Il nostro Stato non è, e forse non è mai stato, uno Stato di diritto
Siamo stati degli illusi credere che lo Stato potesse processare se stesso perché “il fatto” c’è stato, ci sono state le stragi, c’è stato il furto dell’Agenda Rossa, ci sono stati i depistaggi ma non ci sono i colpevoli o meglio perché i colpevoli ci sono, ma sono dentro alle stesse strutture di questo stato assassino e depistatore e quindi sono intoccabili.

Non è questo, non può essere questo lo Stato per cui ha sacrificato la vita mio fratello e solo per rispetto al suo sacrificio non posso e non devo aggiungere altro.

Non ho mai creduto alla Giustizia degli uomini, sono laico e non posso quindi confidare neanche nella Giustizia di Dio, non mi resta, nei pochi anni che mi restato da vivere, che la lotta, una lotta disperata, solitaria, senza speranza, per una Verità che continuerà ad essere occultata, vilipesa, negata dagli stessi assassini che mai, mai, potranno giudicare se stessi”.

Salvatore Borsellino.

Vorrei commemorare questo supremo esempio istituzionale di offesa al popolo italiano con un richiamo alla memoria, perché senza consapevolezza di essa nel presente non c’è futuro.

GUARDATE BENE, ADESSO ALLA LUCE DI QUESTA SENTENZA, GLI OCCHI DI QUEST’UOMO, SONO SOLO 3 MINUTI E MEZZO, ASCOLTATE  LE SUE INFLESSIONI, IL TONO, IL RESPIRO, LE PAUSE TRA UNA PAROLA E L’ALTRA. ASCOLTATELO COL CUORE CLICCANDO SUL LINK ⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️

https://youtu.be/eNYPzlxW3yQ

la morte di mio padre, unitamente a quella di tanti altri servitori dello Stato, è servita a svegliare dal torpore tante coscienze, ciò ci ripaga della sua assenza

Manfredi Borsellino

Lo Stato non è un’entità astratta

Lo Stato siamo NOI !
“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”

Paolo Borsellino

CONSIGLIO, INOLTRE, LA VISIONE DI QUESTO VIDEO CHE CI RESTITUISCE L’IMMAGINE DI UNA PERSONA, DI UN UOMO PRIMA CHE DEL GIUDICE ⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️

https://youtu.be/-BF-Lb4nlSc

Il 21 maggio 1992 Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal Plus Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. L’intervista fu mandata in onda da Rai News 24 per la prima volta nel 2000 ma si trattava solo di una parte di 30 minuti, quella originale è invece di cinquantacinque minuti. In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parla anche dei legami tra la mafia e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Nel numero de L’Espresso dell’8 aprile 1994 fu pubblicata la trascrizione di una versione più estesa dell’intervista. L’intervista integrale è stata poi pubblicata da Il Fatto Quotidiano in un DVD. [fonte: http://www.archivioantimafia.org/ ]

Paolo Borsellino L’intervista Nascosta la versione integrale e commento di Marco Travaglio – Il Fatto (1h:43′) ⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️⤵️

https://youtu.be/dqUSYwhmKCw

FONTE: Playmastermovie

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20 Maggio 2023 – Redazione

 

“Siamo alla predazione pura e il padrone bianco fa quel che vuole”.
Ha scritto così il sindaco di Villanovaforru, Maurizio Onnis. Il Comune, nel Sud Sardegna, è quello del nuraghe di GENNA MARIA, struttura complessa di 3.500 anni fa che domina la collina appena fuori il paese, diventato nel tempo un importante centro culturale, anche per via del museo.

Ma a Villanovaforru l’autodeterminazione del Municipio sembra carta straccia. Il sindaco lo ha raccontato in due diversi post, pubblicati negli ultimi tre giorni. Il più recente, di ieri mattina, è una sentenza per il territorio. Perché Roma, per il tramite del ministero dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, un fedelissimo di Silvio Berlusconi, ha deliberato il via libera a due progetti eolici.

In totale a Villanovaforru verranno sistemate “quattro pale, alte tra i 200 e i 220 metri“, ha comunicato Onnis.

Questa mattina (ieri, ndr) dopo tante parole abbiamo ricevuto due avvisi dal ministero. Si tratta di altrettanti progetti riguardanti fonti rinnovabili e facenti capo a due diverse multinazionali”.


Per questo il sindaco ha deciso di convocare un’assemblea pubblica per lunedì 22 maggio, alle 18.30. Onnis ha fatto sapere che opporsi sarà indispensabile per il futuro ambientale del territorio e delle generazioni avvenire.

“È una questione che tocca tutti e che mette a rischio tutto“, ha scritto ancora il primo cittadino.  Anche perché “le aree sono già state individuate. “Abbiamo poche settimane per opporci“, è la CHIAMATA ALLE ARMI. Una battaglia civica e civile con la quale, però, ci opporremo con forza perché Villanovaforru NON CI STA!!!!!!

Di certo, a fronte di uno dei progetti già presentato e autorizzato dagli uffici del ministro berlusconiano, il sindaco ha fatto sapere che in Comune sono andati “tre emissari di una multinazionale. Hanno indicato la collina del territorio di Villanovaforru sulla quale vorrebbero ergere una pala da duecento metri (una delle quattro previste intorno al paese, ndr). Non avevano alcun obbligo di rendermi visita, ma hanno tenuto a dire che vogliono conoscere le comunità locali”.

Ha scritto ancora Onnis: “Il tempo della permanenza in Municipio è stato di venti minuti. Naturalmente, sapendo del progetto, ho sentito già nei giorni scorsi il nostro avvocato e il Gruppo d’intervento giuridico (Grig). Visto l’andazzo, direi che in questa follia siamo soli. Soli, ma non rassegnati. Come sempre da anni”.

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FONTE: Sardiniapost

 

 

 

19 Maggio 2028 – Redazione

 

Dai rubinetti della Lombardia sgorga acqua contaminata. Lo ha scoperto Greenpeace dopo varie richieste di accesso agli atti: studiando i risultati delle analisi sui campioni prelevati dagli acquedotti delle dodici province lombarde è stata riscontrata la presenza di Pfas, sostanze alchiliche perfluorurate, in percentuali elevate, in particolare in alcune zone.

Cosa sono i composti Pfas

I composti Pfas sono un gruppo di sostanze chimiche usate per impermeabilizzare alcune superfici. Vengono impiegate per rivestire le padelle antiaderenti e altre superfici come tessuti, tappeti, carta, e contenitori di alimenti.

Si tratta però di molecole con un certo grado di tossicità: un’esposizione prolungata a queste sostanze può provocare infertilità, problemi alle ghiandole e l’insorgenza di alcuni tipi di cancro.

Su circa 4 mila campioni analizzati dagli enti preposti tra il 2018 e il 2022, – scrive l’associazione ambientalista – circa il 19% del totale è risultato positivo alla presenza di Pfas“.

Lodi, Bergamo e Como le province più contaminate

Se si entra nel dettaglio si scopre che in alcune province la situazione è particolarmente allarmante: a Lodi, ad esempio, la percentuale di campioni positivi alla presenza di questi composti sfiora l’85%. Sopra il 60% la provincia di Bergamo, oltre il 40% a Como, 32% Monza e Brianza, 28% a Cremona e quasi il 21% a Milano.

Osservando i risultati – comunica Greenpeace -, si nota come parte dell’acqua della Lombardia sarebbe considerata non potabile secondo i nuovi parametri proposti negli Stati Uniti o quelli vigenti in Danimarca“.

I precedenti: lo scandalo in Veneto

La contaminazione da Pfas nelle acque potabili non è un problema nuovo in Italia: nel 2013 è stata riscontrata una concentrazione anomala, addirittura sopra i livelli rilevati in Lombardia, in vari comuni del Veneto, in particolare nelle province di Vicenza, Verona e Padova: coinvolti 350mila residenti.

Nel 2018 il governo emanò lo stato di emergenza e in 30 comuni veneti fu vietato di bere acqua del rubinetto.

Lo scandalo delle acque contaminate in Veneto è stato portato anche all’attenzione delle Nazioni Unite. Dopo una missione nella regione, l’Onu stilò un rapporto in cui si afferma che “in troppi casi, l’Italia non è riuscita a proteggere le persone dall’esposizione a sostanze tossiche”.

Dallo scandalo veneto è nato un processo che vede imputati 15 manager di tre multinazionali, accusati a vario titolo di avvelenamento delle acque, disastro ambientale, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari.

Dove sono le politiche “green”?

Con il recente rapporto di Greenpeace scopriamo che il problema non è confinato in Regione Veneto e la contaminazione delle acque è stata scoperta anche nella regione più popolosa d’Italia.

E mentre le autorità preparano la guerra all’anidride carbonica e alle automobili, milioni di cittadini continuano da anni a bere e consumare acqua contaminata da sostanze tossiche pericolose per la salute umana.

 

 

FONTE: Byoblu

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18 Maggio 2023 – Redazione

Il preside della Pilo Albertelli ha presentato due progetti, ma il consiglio d’istituto li ha rigettati. Gli eredi del partigiano scrivono una lettera perché i genitori ci ripensino e il 18 maggio ci sarà un’assemblea plenaria sul tema.

“I nostri figli devono imparare la Storia, tradurre dal Greco e avere capacità critica, non come usare Spotify e Instagram”. E’ questa una delle graffianti motivazioni che il consigliio d’istituto del liceo “Pilo Albertelli” ha utilizzato per respingere i due progetti finanziati con i fondi Pnrr presentati dal dirigente scolastico Antonio Volpe. Parliamo di quasi 300.000 euro di soldi europei girati all’istituto di via Manin all’Esquilino per “Next Generation Labs” e “Next Generation Classroom”. Genitori, prof, un alunno hanno detto no.

I due progetti Pnrr per il liceo Albertelli bocciati dal consiglio d’istituto

Per dare il contesto: i due progetti citati sono alcuni delle decine che dovrebbero essere sviluppati all’interno dei licei e degli istituti superiori di Roma e provincia, nell’ambito del ben più ampio “Scuola 4.0”, un piano nazionale adottato dal ministero dell’istruzione il 14 giugno 2022, grazie ai fondi stabiliti dal Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza. Oltre 2 miliardi di euro, dei quasi 200 destinati all’Italia, tutti dedicati a trasformare le istituzioni scolastiche in luoghi di apprendimento altamente digitalizzati e innovativi, sia nella didattica sia nella gestione. Le classi tradizionali, come spiega anche il ministero, dovranno diventare “laboratori per le professioni digitali del futuro”. Questo aspetto, però, non sembra raccogliere il gradimento del consiglio d’istituto dell'”Albertelli”, almeno della componente genitori.

Oltre 120mila euro per tre laboratori innovativi

Con “Labs”, il liceo classico dell’Esquilino propone a studentesse e studenti 3 tipologie di laboratori che hanno come scopo, in base alle linee guida del piano finanziato dal Pnrr,  quello di accompagnarli verso alcune delle nuove professioni che stanno caratterizzando e caratterizzeranno sempre di più il mercato del lavoro. Il primo si chiamerebbe “Info Bibliolab” e prevede una webradio, un laboratoriio di  grafica digitale e  videomaking “volto ad acquisire strumenti utili nella produzione di graphic novel”, un percorso di produzione e sperimentazione musicale. Il secondo sarebbe “Spazio Museale Schola”, finalizzato alla realizzazione di strumenti che offrano ai visitatori un’esperienza di navigazione immersiva e interattiva. Infine “Le mie competenza digitali”, che già dal nome fa capire che lo scopo è implementare le competenze degli alunni tramite corsi ICDL e il conseguimento di certificazioni professionali ICT rilasciate da enti ufficiali su standard europei. Per  questo progetto, il “Pilo Albertelli” riceve esattamente 124.044,57 € dall’Unione Europea per tramite del ministero competente.

Dall’UE quasi 150mila euro per nuovi strumenti tecnologici

C’è poi “Classroom”, che nel caso della scuola di via Manin coinvolgerebbe 20 sezioni fino alla fine del 2024. Con precisamente 149.032,61 € la dirigenza scolastica acquisterebbe una strumentazione digitale moderna “per migliorare la didattica, favorendo inclusione e collaborazione tra pari”. Il target è anche quello di studentesse e studenti con particolari esigenze, i cosiddetti bisogni educativi speciali o disturbi dell’apprendimento. “Le nuove strumentazioni (digital board, tablet e stampanti) – si legge nel progetto – saranno completate da software che saranno di ausilio alle singole discipline con grande attenzione all’aspetto professionale ma al contempo accattivante e ludico. La didattica personalizzata permetterà agli alunni deboli di recuperare al meglio le abilità di base e agli alunni eccellenti di raggiungere nuovi traguardi”. Questo, come anche il precedente progetto, viene fortemente contestato da una parte del consiglio d’istituto.

“Progetti non sottoposti al collegio docenti”

Durante una delle ultime assemblee, infatti, la maggioranza si è espressa a sfavore dei due progetti presentati dal preside Volpe il 24 e 25 febbraio scorsi e portati all’attenzione del consiglio pochi giorni dopo: “Non erano stati sottoposti al Collegio dei Docenti – si legge nella nota firmata il 14 maggio da Francesco Paolo Caputo e Serena Iacovelli, rappresentanti dei genitori – e neppure alla competente commissione nominata dallo stesso Collegio dei Docenti. Su richiesta di uno studente, il dirigente scolastico ha spiegato di non aver coinvolto gli studenti in quanto la loro partecipazione non era prevista in questa fase”. Alla fine, con 7 voti contrari (4 docenti, 1 studente e 2 genitori) quasi 300.000 euro di fondi Pnrr sono stati, al momento, respinti. Tre studenti e un rappresentante ATA si sono astenuti, solo 2 i favorevoli: il preside Volpe e un genitore.

Perché genitori e prof non vogliono nuovi tablet: “Si deve studiare”

Per i detrattori del progetto “Labs”, gli obiettivi posti “stridono con quelli di un liceo, che sarebbero quelli di insegnare a tradurre il greco, comprendere la storia e la fisica, avere una capacità critica e un metodo di studio, non usare Spotify e Instagram”. Per quanto riguarda l’acquisto di strumentazione tecnologica moderna per “Classroom”, genitori e prof contrari fanno presente al dirigente scolastico innanzitutto che questa già esiste: “Abbiamo 41 smart tv, 7 proiettori, 49 pc notebook, 41 pc desktop – dicono – pertanto ci sembra irrazionale e antieconomico spendere 150.000 euro per ulteriori attrezzature multimediali che hanno una vita brevissima e che quindi acuiscono, non arginano, la percezione di vivere in un mondo effimero”. Il consiglio d’istituto, inoltre, contesta la reale necessità di aumentare la dotazione tecnologica anche dal punto di vista didattico ed educativo: “Molte parole vengono spese ‘sul benessere emotivo e lo stimolo relazionale, sullo sviluppo dell’empatia’ degli studenti – scrivono – o sul ‘rendere protagonista l’alunno che si avvicina sempre di più alla scelta consapevole del proprio ruolo nella società’, senza che però vi sia alcuna spiegazione o evidenza su come i dispositivi digitali possano concorrere a questi obbiettivi. Neanche una parola invece è riservata alla profondità delle conoscenze che sono necessarie per comprendere – e non solo subire – una società sempre più complessa”.

L’appello degli eredi del professore partigiano

Data l’importanza del tema e l’ingente finanziamento che, con la confermata contrarietà del consiglio d’istituto, l'”Albertelli” potrebbe non utilizzare, gli eredi del partigiano Pilo Albertelli al quale è stata dedicata la scuola nella seconda metà del XX secolo, hanno preso carta e penna e si sono rivolti a genitori, prof e alunni chiedendo di non perdere questa opportunità: “Ci dispiacerebbe enormemente che non si cogliesse questa grande opportunità di rinnovare e ammodernare la struttura – scrivono Paolo, Francesco, Guido e Sergio Albertelli – . Crediamo e speriamo davvero che non si voglia depauperare un patrimonio culturale come quello di una Scuola che ha quasi 150 anni di storia”.

Assemblea scolastica plenaria il 18 maggio

Gli autori dell’appello portano il cognome di un filosofo nato a Parma, che insegnò nel liceo di via Manin quando era intitolato al Re Umberto I e fu tra i fondatori del Parito d’Azione, autore del primo grave attentato organizzato a Roma contro i nazisti dopo l’occupazione del 1943: arrestato il 1° marzo 1944, il 24 di quello stesso mese venne fucilato alle Fosse Ardeatine dopo essere stato torturato. “Arriva forse un’occasione – continuano gli Albertelli – per riportare il liceo ai fasti di un tempo, o almeno per tentare di darle un’immagine nuova. Siamo sicuri che farete tutto quanto sia possibile nel non disperdere quanto costruito e per cogliere questa opportunità straordinaria, che potrebbe non ripresentarsi per decenni”. Giovedì 18 maggio è stata convocata un’assemblea aperta a tutta la comunità scolastica con all’ordine del giorno proprio i fondi del Pnrr e a quanto si apprende uno degli eredi Albertelli potrebbe presenziare.

 

FONTE: RomaToday

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